CHANUKKA'
La festa di Chanukkà, tra tutte le antiche ricorrenze ebraiche, è l'unica che non affondi le sue radici nella Bibbia e nei suoi racconti; è una festa stabilita dai Maestri del Talmud e ricorda un avvenimento accaduto in terra di Israele, nel 168 A.C. Antioco Epifane di Siria - ottavo re della dinastia seleucide, erede di una piccola parte dell'Impero appartenuto ad Alessandro Magno - voleva imporre la religione greca alla Giudea. Le mire di ellenizzazione furono contrastate e impedite da Mattatià, un sacerdote di Modiin della famiglia degli Asmonei che insieme ai suoi sette figli, diedero avvio alla rivolta. Chanukkà è conosciuta anche come la festa del miracolo dell'olio: quando dopo una strenua battaglia, il 25 di Kislev di tre anni dopo (165 A.C.), il Tempio fu riconquistato, si doveva procedere alla riconsacrazione. Nel Tempio però fu trovata una sola ampolla di olio puro recante il sigillo del Sommo Sacerdote. Per la preparazione di olio puro (viene considerato olio puro quello raccolto dalle prime gocce della spremitura delle olive) occorrevano otto giorni. Nel trattato talmudico di Shabbat leggiamo del grande miracolo che occorse: l'olio che poteva bastare per un solo giorno, fu sufficiente per otto giorni, dando così la possibilità ai Sacerdoti di prepararne dell'altro nuovo. In ricordo di quel miracolo, i Saggi del Talmud istituirono una festa di lode e di ringraziamento al Signore che dura appunto 8 giorni: Chanukkà che letteralmente, significa "inaugurazione". La prima sera della festa si accende un lume su un candelabro speciale a nove bracci, e ogni sera, per otto giorni, se ne aggiunge uno in più, fino a che l'ottava sera si accendono 8 lumi. Questo candelabro si chiama Chanukkià e può avere diverse forme. L'indicazione è che gli otto contenitori per le candele siano tutti allineati alla stessa altezza e che il nono - lo shammash, il servitore, quello che serve per accendere gli altri lumi - sia in una posizione diversa. I bambini ricevono regali e in particolare delle trottoline su cui compaiono le iniziali delle parole "Un grande miracolo è avvenuto lì".Uno dei precetti relativi alla festa è quello di "rendere pubblico il miracolo", per questo si usa accendere i lumi al tramonto o più tardi, quando c'è ancora gente nelle vie, vicino alla finestra che si affaccia sulla strada, al fine di rendere pubblico il miracolo che avvenne a quel tempo.
http://ugovblog.blogspot.com/2006/03/chanukka.html
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giovedì 18 dicembre 2008
CHANUKKA'-SPIEGAZIONE SEMPLICE
CHANUKKA'
Il 25 di Kislev ha inizio la festa di Chanukkà: dura otto giorni ed è caratterizzata dall’accensione della Chanukkià, lampada ad otto braccia accompagnata da un nono lumino, Shammash o servitore che accende gli altri lumi, a ricordo della vittoria dei Maccabei sui greci e la riconsacrazione del Tempio profanato.
Chanukkà rappresenta la vittoria dello spirito ad opera del popolo che si era impegnato, attraverso l’unità di Dio, a rispettare l’unità degli uomini e a superare le differenze sociali: “Ama il prossimo tuo come te stesso”, ammonisce il Levitico (30,18). Questa festività potrebbe essere celebrata anche dai popoli che hanno abbracciato l’idea monoteistica: infatti se i Maccabei fossero stati sconfitti, non solo sarebbe scomparso l’ebraismo ma non sarebbero sorti né il cristianesimo né l’islam.
Chanukkà è una ricorrenza molto cara ai bambini, che ricevono un piccolo regalo ogni sera all’accensione dei lumi; il sevivon, trottola a quattro facce, ricorda ai più piccoli il miracolo dell’ampollina d’olio purissimo che ha permesso di riaccendere la lampada perenne del Tempio, e di farla risplendere per tutti gli otto giorni necessari a prepararne di nuovo.
Negli otto giorni di Chanukkà l’olio si ripresenta come ingrediente fondamentale in cucina, per la preparazione di piatti tradizionali come le squisite frittelle dolci o salate.
http://www.romamultietnica.it/inside.asp?id=316
Il 25 di Kislev ha inizio la festa di Chanukkà: dura otto giorni ed è caratterizzata dall’accensione della Chanukkià, lampada ad otto braccia accompagnata da un nono lumino, Shammash o servitore che accende gli altri lumi, a ricordo della vittoria dei Maccabei sui greci e la riconsacrazione del Tempio profanato.
Chanukkà rappresenta la vittoria dello spirito ad opera del popolo che si era impegnato, attraverso l’unità di Dio, a rispettare l’unità degli uomini e a superare le differenze sociali: “Ama il prossimo tuo come te stesso”, ammonisce il Levitico (30,18). Questa festività potrebbe essere celebrata anche dai popoli che hanno abbracciato l’idea monoteistica: infatti se i Maccabei fossero stati sconfitti, non solo sarebbe scomparso l’ebraismo ma non sarebbero sorti né il cristianesimo né l’islam.
Chanukkà è una ricorrenza molto cara ai bambini, che ricevono un piccolo regalo ogni sera all’accensione dei lumi; il sevivon, trottola a quattro facce, ricorda ai più piccoli il miracolo dell’ampollina d’olio purissimo che ha permesso di riaccendere la lampada perenne del Tempio, e di farla risplendere per tutti gli otto giorni necessari a prepararne di nuovo.
Negli otto giorni di Chanukkà l’olio si ripresenta come ingrediente fondamentale in cucina, per la preparazione di piatti tradizionali come le squisite frittelle dolci o salate.
http://www.romamultietnica.it/inside.asp?id=316
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CHANUKKAH: UN MIRACOLO CHE SI RIPETE
CHANUKKAH: UN MIRACOLO CHE SI RIPETE
Gavriel Levi
Nel giorno di chanukkà che capita di shabbath, i lumi di chanukkà si accendono assieme con quelli dello shabbath e, la sera dopo assieme con quello dell’avdalà1. La vigilia di shabbath si accende prima la chanukkà e dopo i lumi dello shabbath; alla fine dello shabbath si accende prima la torcia dell’avdalà e dopo i lumi della chanukkà
È evidente che questa regola è collegata con il divieto di accendere il fuoco durante lo shabbath: non si può accendere nessun fuoco dopo che è cominciato lo shabbath; non si può accendere nessun fuoco finché lo shabbath non è veramente finito. Tuttavia, se ci riflettiamo sopra, questa regola collega, con un significato più ampio e più profondo, i tre fuochi e le tre luci che accendiamo nelle nostre case e che, in modi diversi, rappresentano la forza creativa dell’uomo e la vita di Israele. Solo se si è acceso il lume di chanukkà si può accendere il lume dello shabbath; solo se si è acceso il lume dell’avdalà si può accendere il lume di chanukkà.
Se si è lottato per rimanere ebrei, se ci si è conquistati il miracolo, allora si può rinunciare ad accendere ogni fuoco e si può godere del lume che deriva direttamente dai giorni della creazione e che riassume, già in sé, la luce del Mashiach. Se si è acceso il fuoco che permette di accendere ogni fuoco nella settimana, che è stato regalato da Dio al primo uomo e che ci aiuta a distinguere, con i nostri mezzi, la luce dal buio, allora si può accendere, senza più divieti, il fuoco del miracolo.
Le luci della chanukkià devono rimanere divise e distinguibili l’una dall’altra: ogni giorno è un giorno completo di vita; ogni generazione è completa in se stessa ed è necessaria perché la generazione precedente possa vivere nella successiva. Le luci dell’avdalà devono essere unite e indistinguibili l’una dall’altra: ogni giorno, anche il più banale, è parte del giorno completo che è tutto shabbath.
La luce dell’avdalà è la luce di un fuoco che si accende dopo lo shabbath; la sua benedizione è centrata nella creazione delle “luci” del fuoco e sulla nostra azione di guardarsi le mani, nel buio e alla luce. La luce di chanukkà è la luce che si accende per rendere manifesto il miracolo; la sua benedizione riguarda l’obbligo di ripetere il miracolo e di preparare la luce di un giorno per farla ardere otto giorni.
Non può esistere la festa di chanukkà senza dentro una vigilia di shabbath, senza uno shabbath e senza un’uscita di shabbath. Il miracolo di chanukkà (e cioè la luce di un giorno che deve durare fino al termine dei giorni, ed ancora un giorno di più) contiene dentro di sé: a) la luce del fuoco che esiste quando nessun fuoco può essere acceso dall’uomo; b) la luce di un fuoco che deve essere ricreato, per dividere il giorno umano dalla notte umana; il giorno di shabbath dai sei giorni dell’azione; le mani dell’uomo dalla creazione di Dio.
Il miracolo di chanukkà contiene anche due luci: la luce di un fuoco che non esiste (perché è stato acceso prima); la luce di un fuoco creato da D-o (ma acceso dagli uomini) perché l’uomo possa uscire, senza paura, nel mondo degli uomini. Tra l’inizio di chanukkà e l’inizio dello shabbath esiste un momento di intervallo: noi ebrei abbiamo compiuto il nostro miracolo, quando il sole non è ancora calato; a D-o viene lasciato il tempo per compiere il suo miracolo, finire la creazione e portare il Mashiach.
Tra la fine dello shabbath e l’inizio di chanukkà esiste un altro momento di intervallo: la storia di tutti i giorni si è ripetuta; l’ebreo può accettare il dono del fuoco direttamente da D-o e, ancora una volta, ripetere il miracolo. Se noi riusciamo a conservare l’olio per un giorno, anche quando ci sembra che il buio durerà più a lungo e quando ci sembra che non ci sia nessun posto per accendere una luce, D-o vedrà questa luce per otto giorni.
Se non conserviamo l’olio nel buio (ma questo è impossibile perché in fondo lo conserviamo anche senza saperlo) allora D-o dovrà fare il miracolo da solo e dovrà riprendere il fuoco di chanukkà da quello donatoci per l’avdalà. Un cieco adempie al precetto di chanukkià partecipando, se ne ha la possibilità, con una perutà, all’accensione di un altro ebreo e, se non può perché è solo, accendendo la chanukkià, con qualunque aiuto, da solo.
Per quale luce accende la chanukkià, un cieco?
___________
Fonte: morasha.it
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La giornata dello Shabbat si apre e si chiude con un' accensione di lumi. All’imbrunire del venerdì si accendono due candele (in teoria ne basterebbe una) recitando la benedizione che termina con “e ci hai comandato di accendere il lume dello Shabbat“. Al termine dello Shabbat, nella cerimonia dell’Avdalà, la separazione tra il giorno di festa e quello feriale si accende una torcia formata da più luci che intrecciandosi formano un'unica fiamma. Su questo lume si benedice il Signore “creatore dei luminari di fuoco“. Nel Talmud Jeruscialmì (citato anche dal compendio “Torà Temimà” ai primi versi della Genesi) si ricerca la fonte del fatto che nella Avdalà si dice la benedizione sul lume solo dopo che il lume è acceso. Questo lascia supporre che nell’altro caso, l’accensione dei lumi dello Shabbat, prima si dica la benedizione e poi si accenda. In effetti ciò avviene quasi esclusivamente secondo il rito di Roma (quasi tutti gli altri oggi prima accendono e poi dicono la benedizione).
http://incamminoverso.unblog.fr/2007/12/03/chanukkah-un-miracolo-che-si-ripete/
Gavriel Levi
Nel giorno di chanukkà che capita di shabbath, i lumi di chanukkà si accendono assieme con quelli dello shabbath e, la sera dopo assieme con quello dell’avdalà1. La vigilia di shabbath si accende prima la chanukkà e dopo i lumi dello shabbath; alla fine dello shabbath si accende prima la torcia dell’avdalà e dopo i lumi della chanukkà
È evidente che questa regola è collegata con il divieto di accendere il fuoco durante lo shabbath: non si può accendere nessun fuoco dopo che è cominciato lo shabbath; non si può accendere nessun fuoco finché lo shabbath non è veramente finito. Tuttavia, se ci riflettiamo sopra, questa regola collega, con un significato più ampio e più profondo, i tre fuochi e le tre luci che accendiamo nelle nostre case e che, in modi diversi, rappresentano la forza creativa dell’uomo e la vita di Israele. Solo se si è acceso il lume di chanukkà si può accendere il lume dello shabbath; solo se si è acceso il lume dell’avdalà si può accendere il lume di chanukkà.
Se si è lottato per rimanere ebrei, se ci si è conquistati il miracolo, allora si può rinunciare ad accendere ogni fuoco e si può godere del lume che deriva direttamente dai giorni della creazione e che riassume, già in sé, la luce del Mashiach. Se si è acceso il fuoco che permette di accendere ogni fuoco nella settimana, che è stato regalato da Dio al primo uomo e che ci aiuta a distinguere, con i nostri mezzi, la luce dal buio, allora si può accendere, senza più divieti, il fuoco del miracolo.
Le luci della chanukkià devono rimanere divise e distinguibili l’una dall’altra: ogni giorno è un giorno completo di vita; ogni generazione è completa in se stessa ed è necessaria perché la generazione precedente possa vivere nella successiva. Le luci dell’avdalà devono essere unite e indistinguibili l’una dall’altra: ogni giorno, anche il più banale, è parte del giorno completo che è tutto shabbath.
La luce dell’avdalà è la luce di un fuoco che si accende dopo lo shabbath; la sua benedizione è centrata nella creazione delle “luci” del fuoco e sulla nostra azione di guardarsi le mani, nel buio e alla luce. La luce di chanukkà è la luce che si accende per rendere manifesto il miracolo; la sua benedizione riguarda l’obbligo di ripetere il miracolo e di preparare la luce di un giorno per farla ardere otto giorni.
Non può esistere la festa di chanukkà senza dentro una vigilia di shabbath, senza uno shabbath e senza un’uscita di shabbath. Il miracolo di chanukkà (e cioè la luce di un giorno che deve durare fino al termine dei giorni, ed ancora un giorno di più) contiene dentro di sé: a) la luce del fuoco che esiste quando nessun fuoco può essere acceso dall’uomo; b) la luce di un fuoco che deve essere ricreato, per dividere il giorno umano dalla notte umana; il giorno di shabbath dai sei giorni dell’azione; le mani dell’uomo dalla creazione di Dio.
Il miracolo di chanukkà contiene anche due luci: la luce di un fuoco che non esiste (perché è stato acceso prima); la luce di un fuoco creato da D-o (ma acceso dagli uomini) perché l’uomo possa uscire, senza paura, nel mondo degli uomini. Tra l’inizio di chanukkà e l’inizio dello shabbath esiste un momento di intervallo: noi ebrei abbiamo compiuto il nostro miracolo, quando il sole non è ancora calato; a D-o viene lasciato il tempo per compiere il suo miracolo, finire la creazione e portare il Mashiach.
Tra la fine dello shabbath e l’inizio di chanukkà esiste un altro momento di intervallo: la storia di tutti i giorni si è ripetuta; l’ebreo può accettare il dono del fuoco direttamente da D-o e, ancora una volta, ripetere il miracolo. Se noi riusciamo a conservare l’olio per un giorno, anche quando ci sembra che il buio durerà più a lungo e quando ci sembra che non ci sia nessun posto per accendere una luce, D-o vedrà questa luce per otto giorni.
Se non conserviamo l’olio nel buio (ma questo è impossibile perché in fondo lo conserviamo anche senza saperlo) allora D-o dovrà fare il miracolo da solo e dovrà riprendere il fuoco di chanukkà da quello donatoci per l’avdalà. Un cieco adempie al precetto di chanukkià partecipando, se ne ha la possibilità, con una perutà, all’accensione di un altro ebreo e, se non può perché è solo, accendendo la chanukkià, con qualunque aiuto, da solo.
Per quale luce accende la chanukkià, un cieco?
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Fonte: morasha.it
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La giornata dello Shabbat si apre e si chiude con un' accensione di lumi. All’imbrunire del venerdì si accendono due candele (in teoria ne basterebbe una) recitando la benedizione che termina con “e ci hai comandato di accendere il lume dello Shabbat“. Al termine dello Shabbat, nella cerimonia dell’Avdalà, la separazione tra il giorno di festa e quello feriale si accende una torcia formata da più luci che intrecciandosi formano un'unica fiamma. Su questo lume si benedice il Signore “creatore dei luminari di fuoco“. Nel Talmud Jeruscialmì (citato anche dal compendio “Torà Temimà” ai primi versi della Genesi) si ricerca la fonte del fatto che nella Avdalà si dice la benedizione sul lume solo dopo che il lume è acceso. Questo lascia supporre che nell’altro caso, l’accensione dei lumi dello Shabbat, prima si dica la benedizione e poi si accenda. In effetti ciò avviene quasi esclusivamente secondo il rito di Roma (quasi tutti gli altri oggi prima accendono e poi dicono la benedizione).
http://incamminoverso.unblog.fr/2007/12/03/chanukkah-un-miracolo-che-si-ripete/
Festività di Chanukkà 5769: Messagio di Rav Alberto Sermoneta

Nella parashà che leggeremo sabato mattina prossimo, troviamo narrata la storia di Giuseppe, figlio di Giacobbe e Rachele donna da lui più amata rispetto a Leà, e il rapporto fra Giuseppe e i suoi fratelli, invidiosi per il comportamento diverso del loro padre, nei suoi confronti, rispetto agli altri figli.
Ogni momento della sua vita in famiglia, veniva considerato dai suoi fratelli un pretesto per aumentare nei suoi confronti una sorta di gelosia e rancore, fin quando un giorno, Giacobbe regalò a Giuseppe una tunica colorata.
Questo fu il pretesto per scatenare tutto il rancore dei fratelli verso di lui, fino al punto che qualcuno di essi, manifestò la volontà di ucciderlo. Fu salvato da Jeudà, il quale forse per essere più moderato, forse perché sentiva più responsabilità verso il loro padre, forse perché nutriva sentimenti di amore verso suo fratello, consigliò di venderlo ad una carovana di mercanti, i quali a loro volta lo vendettero in Egitto.
Qui la Torà ci narra attraverso molteplici avvenimenti, tutta la grandezza di quest' uomo, il quale, nonostante arrivò al termine di una serie di peripezie, ad essere nominato viceré, non si assimilò mai alla cultura ed alla vita dell'Egitto e degli egiziani.
La storia avvincente di Giuseppe in Egitto ed il suo ritrovarsi con il padre ed i suoi fratelli dopo venti anni di lontananza, può essere paragonata alla vita ed all'eroismo dei fratelli Maccabei.
Infatti, come Giuseppe, nonostante i suoi venti anni trascorsi in Egitto, non ha mai rinnegato le tradizioni paterne, tradizioni risalenti ad Abramo, e non ha mai nascosto la sua identità di Ebreo “... na'ar 'ivrì anochi” - “io sono un ragazzo ebreo” anche a rischio della propria incolumità, così i Maccabei non rinnegarono mai – a costo di rimetterci la loro vita, le loro tradizioni ebraiche e il culto dell'unico D-o.
La festa di Chanuccà, che se D-o vuole inizieremo a celebrare da domenica sera prossima, ricorda l'eroico gesto dei fratelli Maccabei nel combattere e cacciare l'esercito di Antioco Epifane dalla terra di Israele.
I greci, a differenza infatti degli altri popoli conquistatori, non amavano uccidere o distruggere, bensì infondere la loro cultura ai popoli da loro conquistati e dominati.
Si racconta che la prima generazione ebraica sotto la dominazione ellenica, dimenticò la lingua parlata, la seconda la lingua scritta e la terza non era in grado più di saper leggere la Torà (di nascosto), poiché essi proibirono assolutamente lo studio della Torà.
Fu anche proibita l'osservanza dello shabbat e ancor peggio, fu vietata la pratica della circoncisione.
I Maccabei, così soprannominati per la loro forza e tenacia (il termine Maccabì in ebraico vuol dire martello), non sottostarono a queste imposizioni e non rinunciarono alle pratiche comandate dalla Torà e dai Rabbini.
Così dopo una guerra dura e sanguinosa, riuscirono a cacciare il dominatore.
La festa di Chanuccà è definita la festa delle luci, in quanto durante questa festa si ha il dovere di accendere una particolare lampada a otto lumi.
La luce è il simbolo della Torà, poiché essa, se sempre continuamente alimentata non si spegne mai, proprio come il popolo ebraico che fintanto che si comporta osservando le regole della Torà, nessuno potrà mai distruggerlo completamente.
La festa di Chanuccà è considerata la festa del monoteismo, in quanto attraverso la lotta dei Maccabei contro il paganesimo greco, si è scongiurato il rischio della perdita delle tradizioni e di quei valori che hanno caratterizzato il popolo di Israele nei secoli.
Se ogni popolo, ogni nazione, ha una bandiera che richiama il proprio ideale, la bandiera del monoteismo può essere sicuramente identificata dalla lampada di chanuccà, la quale posta davanti ad ogni finestra di ogni casa ebraica, vuole simboleggiare a chiunque la veda, la sconfitta di quei valori effimeri a cui ogni essere umano è morbosamente attratto, ma che se realmente li inseguisse e li raggiungesse, causerebbe danni inestimabili a se stesso ed al proprio prossimo.
La festa di chanuccà quindi non può essere definita una festività esclusivamente ebraica, ma appartiene a tutti coloro che inseguono dei sani principi e dei forti ideali su cui costruire un futuro sano e saldo per i propri figli e per le generazioni che vivranno dopo di noi.
© 2008 Comunità Ebraica di Bologna
http://www.comunitadibologna.it/index.php?option=com_content&task=view&id=393
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