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venerdì 6 marzo 2009

Onu: Razzismo, Francia e Vaticano saranno a conferenza, italia no

» 2009-03-06 20:16
Onu: Razzismo, Francia e Vaticano saranno a conferenza, italia no
(di Luigi Ambrosino)
ROMA - Il Vaticano e la Francia non seguono l'Italia e gli Stati Uniti su 'Durban II'. La Santa Sede ha confermato oggi infatti di voler partecipare alla seconda conferenza dell'Onu su razzismo e xenofobia che si terra' dal 20 al 24 aprile a Ginevra; cosi' come fara' Parigi, che ha invocato anzi una posizione comune dell'Unione europea. Ieri era stato il ministro degli Esteri Franco Frattini ad annunciare da Bruxelles il ritiro della delegazione italiana dai lavori preparatori a causa delle ''frasi aggressive di tipo antisemita'' contro lo stato di Israele contenute nella bozza di dichiarazione finale. Frasi inaccettabili, ha ribadito anche oggi in mattinata il titolare della Farnesina: per far rientrare l'Italia ''si devono cancellare quelle espressioni dichiaratamente antisemite e quelle frasi che inducono all'intolleranza'', ha esortato Frattini, aggiungendo - prima della presa di posizione di Parigi - che anche altri stati europei come Francia, Olanda e Danimarca nutrono ''grandi dubbi'': ''Spero seguiranno il nostro esempio'', era stato il suo auspicio. L'Italia - dopo la bocciatura di Stati Uniti e Canada delle settimane scorse - e' stato infatti il primo paese europeo a boicottare ufficialmente la Conferenza. Ma perplessita' su un'iniziativa che - come quella del 2001 a Durban - rischia di trasformarsi in una 'gogna' per Israele sono diffuse un po' nelle cancellerie di tutta Europa: tanto che lunedi' scorso anche il primo ministro francese Francois Fillon aveva avvertito che il suo Paese era ''pronto a ritirarsi''. In serata, invece, il cambio di rotta. La Francia non ha intenzione di abbandonare i lavori preparatori, ha fatto sapere il portavoce del Quai d'Orsay Eric Chevallier: ''Abbiamo preso atto dell'annuncio italiano, ma in questa fase pensiamo che sia importante essere all'interno del processo di preparazione di Durban II per far si' che non degeneri in tensioni invece di andare verso la difesa dei diritti umani'', ha spiegato il portavoce. ''Vedremo - ha aggiunto - se si potra' privilegiare una posizione europea''. Parigi vuole cercare quindi di modificare dall'interno i lavori preparatori, coordinati dalla Libia con la partecipazione di Iran e Cuba. La stessa cosa che evidentemente vorrebbe fare il Vaticano: ''Bisognera' vedere quale sara' il testo definitivo - ha detto all'ANSA mons. Silvano Maria Tomasi, nunzio presso l'Onu di Ginevra -: si sta lavorando ad una nuova bozza piu' breve e con modifiche. Si deve andare avanti con cautela, vedendo se certe obiezioni saranno accolte''. I negoziati certo vanno avanti, anche se trovare una mediazione rispetto ad una bozza che per adesso accusa Israele di ''crimini contro l'umanita' '', ''discriminazioni razziali'' contro i palestinesi e di ''minacciare la pace internazionale e la sicurezza'' appare - almeno al momento - difficile. ''Ci sono piu' di sei settimane prima della Conferenza e c'e' ancora tempo di elaborare un testo accettabile per tutti'', e' convinto comunque Rupert Colville, portavoce dell'Alto commissario Onu per i diritti umani. Dopo l' ''apprezzamento'' espresso ieri da Israele, in Italia intanto la decisione di Frattini raccoglie il plauso del collega della Difesa Ignazio La Russa (''Avrei fatto lo stesso, fa onore all'Italia'') e dell'Unione delle comunita' ebraiche italiane (Ucei): ''Esattamente come e' accaduto con la prima Conferenza di Durban del 2001 - ha spiegato il presidente Renzo Gattegna - governi di Paesi che negano i piu' elementari diritti umani, hanno la guida di una conferenza che dovrebbe essere contro il razzismo e che invece gia' nei documenti preparatori replica tesi razziste'' per ''demonizzare Israele''.

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domenica 11 gennaio 2009

Proteste anti-Israele in tutta Italia


Proteste anti-Israele in tutta Italia

Bandiere con la stella di David bruciate, insulti, simboli nazisti disegnati sui muri. L'«intifada italiana» è trasversale, si nutre di parole d'ordine becere e stantie, non risparmia nemmeno il sindaco di Roma, che ha cercato di mantenere un atteggiamento imparziale e viene accusato di essere un «sionista».



Quella di ieri è stata una giornata di manifestazioni contro i bombardamenti israeliani a Gaza. Ma, mentre migliaia di persone marciavano a volto scoperto in alcune città italiane, ignoti imbrattavano palazzi, serrande e vetrine con scritte deliranti. Frasi antisemite, svastiche e croci celtiche, anche contro Gianni Alemanno, sono comparse l'altra notte a Roma in via Catania e corso Trieste. Nel primo caso la minaccia è «Hamas vince», nel secondo caso è «Israele boia», scritta con colore nero spray, corredate di croci uncinate e stelle di David. Il sindaco è stato preso di mira con: «Alemanno ebreo» e «Alemanno topo sionista».

Le scritte, senza firma, sono comparse in diverse zone della città e sono state rimosse dall'ufficio Decoro Urbano del Comune. Stesso discorso davanti al monumento ai partigiani eretto a piazza delle Camelie, nel quartiere Centocelle. A denunciare l'accaduto è Leonardo Rinaldi, vicepresidente del circolo Anpi del VII municipio. «Si leggono chiaramente un "Brigata regime fascista" e "Me ne frego", corredati da due svastiche e un enorme croce celtica con dentro scritto "Duce" davanti al monumento - ha detto - è strano che ciò sia accaduto proprio il giorno dopo la commemorazione di Alberto Giaquinto (ucciso durante scontri con la polizia il 9 gennaio 1979 ndr)».

Ad Alemanno è giunta la solidarietà di molti politici, compresa quella dei suoi avversari politici. «È necessario mettere in campo il massimo sforzo per individuare gli autori e metterli di fronte alle proprie responsabilità», ha detto il governatore del Lazio Piero Marrazzo. «Ancora una volta a Roma registriamo l'ennesimo episodio di teppismo e di violenza, in un clima sempre più insicuro», ha aggiunto il deputato del Pd Enrico Gasbarra.
Ma torniamo alle proteste di piazza. A Milano è sfilato un corteo organizzato dall'Associazione Palestinesi d'Italia: slogan contro Bush e il ministro della difesa israeliana Barak, cori contro lo Stato d'Israele, definito «terrorista», responsabile di un «genocidio». Al termine del corteo, oltre un migliaio di musulmani si è riunito in preghiera a piazza Duca d'Aosta a Milano, davanti alla Stazione Centrale. «La nostra preghiera non è un'incitazione all'odio e alla guerra - ha spiegato prima che iniziasse il rito un rappresentante dell'associazione palestinese - Noi vogliamo la pace in Palestina».

A Torino attimi di tensione davanti al Comune e alla sede dell'associazione Italia-Israele durante la manifestazione promossa dall'Assemblea Free Palestine. Davanti al Municipio, una parte dei manifestanti, complessivamente alcune migliaia secondo gli organizzatori, hanno lanciato slogan contro Israele e hanno cercato di issare verso l'alto, utilizzando una scala, una bandiera della Palestina. Nel farlo, però, si sono diretti verso il portone del Palazzo comunale e le forze dell'ordine li hanno respinti indietro. Poi i manifestanti hanno raggiunto la vicina sede dell'Associazione Italia-Israele, in via Pietro Micca, davanti alla quale hanno bruciato bandiere d'Israele e lanciato un paio uova di vernice e palle di neve contro la porta d'ingresso.

Circa 400 persone, infine, hanno preso parte a Venezia al corteo promosso da Rifondazione Comunista. La protesta, alla quale hanno partecipato anche esponenti della comunità araba e alcuni Disobbedienti del centro sociale Gramigna di Padova, si è svolta senza incidenti. «Vogliamo rivendicare la necessità di un cessate il fuoco - ha spiegato il segretario provinciale del Prc Sebastiano Bonzio - Non siamo contro nessuno, ma in questo momento il popolo di Gaza sta subendo un violento attacco».



11/01/2009


http://iltempo.ilsole24ore.com/interni_esteri/2009/01/11/974912-proteste_anti_israele_tutta_italia.shtml

La contestazione in Italia e nel mondo contro Israele


Livni: 'Hamas non deve rianimarsi'
La contestazione in Italia e nel mondo

Proseguono le incursioni sull'enclave palestinese. Abu Mazen: 'Forza internazionale a Gaza'. Fonti mediche palestinesi riferiscono di 821 morti,

di cui 235 bambini e 93 donne in 15 giorni di offensiva. Aiuti bloccati per lo 'shabat'. Proteste in Italia e nel mondo contro Israele



Gaza, 10 gennaio 2009 - L’esercito israeliano ha avvertito i palestinesi residenti nella Striscia di Gaza che "la terza fase della guerra al terrorismo (Hamas) sta per iniziare". Questo, scrive il sito web dello Yedioth Ahronoth, il testo dei volantini che ancora una volta l’aeronautica con la stella di David ha disperso sul territorio dell’enclave costiera che preannuncia l’escalation dell’offensiva di terra anche nelle aree urbane, autorizzata giovedi dal gabinetto di guerra.



821 MORTI DALL'INIZIO DELL'OFFENSIVA

Con l’offensiva israeliana giunta al quindicesimo giorno il bilancio provvisorio delle vittime secondo fonti mediche palestinesi ha raggiunto quota 821 morti, di cui 235 bambini e 93 donne. I feriti sono 3.350. Sul fronte opposto gli Israeliani hanno avuto finora 13 morti, di cui tre civili, e 154 feriti.


INTERA FAMIGLIA STERMINATA DA TANK ISRAELIANO

Nella Striscia di Gaza un’intera famiglia palestinese è stata sterminata da una cannonata sparata da un carro armato israeliano all’interno del campo profughi di Jabaliyah, nel settore nord dell’enclave: otto i morti. Lo hanno riferito fonti ospedaliere, secondo cui le vittime sono state dilaniate dall’esplosione di un proietto, che si è abbattuto sul selciato di una strada. Altri sette civili in giornata sono stati uccisi a causa degli incessanti bombardamenti aerei. Gli attacchi hanno provocato nel complesso almeno venti feriti, e distrutto sette edifici tra il capoluogo, Gaza città, e la stessa Jabaliyah. Il numero totale dei morti tra la popolazione della Striscia ha ormai ampiamente superato le ottocento unità.


ISRAELE BLOCCA GLI AIUTI UMANITARI PER LO SHABAT

Oggi nessun camion di aiuti umanitari entrerà oggi nella Striscia di Gaza "perchè l’esercito intende così onorare lo ‘shabat’", il giorno del riposo per gli ebrei. Lo ha denunciato il portavoce dell’agenzia Onu (Unrwa) per i rifugiati palestinesi, Chris Gunner sottolineando che lo ‘shabat’ non vale per l’offensiva: Tsahal continua a combattere. Anzi i carrarmati israeliani non hanno rispettato neanche la tregua di tre ore (dalle 12 alle 15) in vigore da giovedì. Ieri era stato Hamas ha lanciare quattro razzi contro lo Stato ebraico.

RAZZI DI HAMAS COLPISCONO ASHKELON

Dopo una notte relativamente tranquilla quattro razzi lanciati dalla Striscia di Gaza sono caduti sulla cittadina israeliana di Ashkelon ferendo almeno 4 persone. Lo riferisce il sito web di Haaretz.



40 RAID AEREI ISRAELIANI

Per l’intera notte e ancora di primo mattino sono proseguite le incursioni aeree d’Israele su ogni settore della Striscia di Gaza, per un totale di una quarantina di raid che hanno preso di mira, secondo una portavoce militare dello Stato ebraico, rampe per il lancio di razzi e officine clandestine per la messa a punto degli ordigni, arsenali e tunnel per il contrabbando di armi.

Nel centro dell’enclave palestinese è però stato colpito anche un complesso ospedaliero: un muro perimetrale è stato demolito dall’esplosione di un missile, e un addetto è rimasto ferito.


A Rafah, all’estremità sud del piccolo territorio, i bombardamenti per far crollare i cunicoli attraverso cui passano i rifornimenti bellici destinati alle formazioni estremistiche hanno condotto alla distruzione di un grande trasformatore elettrico, e la città è così rimasta priva di corrente.

Almeno quindici i guerriglieri palestinesi uccisi nelle ultime ore, non soltanto di Hamas ma anche della Jihad Islamica: questi ultimi hanno perso la vita in scontri a fuoco con gli occupanti nel campo profughi costiero di Beach Camp. Quasi ovunque si sono registrati combattimenti di terra tra truppe israeliane e milizie palestinesi, con queste ultime che hanno avuto pressocchè sempre la peggio.



PUGNO DI FERRO

“Dobbiamo essere sicuri che alla fine dell’operazione militare Hamas non potrà essere in grado di riarmarsi”: il Ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni, intervistata dal quotidiano statunitense The Washington Post, non pone alcun limite temporale all’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza.


Israele valuta “giorno per giorno” gli obiettivi dell’operazione e non ha intenzione di occupare la Striscia, ma non è detto che tutto sia finito prima dell’inaugurazione di Barack Obama, il prossimo 20 gennaio: “Per noi sarebbe meglio un periodo di tempo il più corto possibile, ma si tratta di una continua guerra contro il terrorismo: non chiediamo alla comunità internazionale di combattere con noi, ma di darci comprensione e un po’ di tempo”.


Livni non si è detta contraria all’ipotesi di un contingente internazionale dislocato alle frontiere di Gaza, ma ha espresso cautela: “La comunità internazionale non sostituisce il bisogno di combattere il terrorismo, e a volte la presenza di osservatori rende più difficile difenderci, dato che l’ultima cosa che vogliamo è uccidere persone per sbaglio”.


Quanto al futuro sostegno dell’Amministrazione Obama, il capo della diplomazia israeliana si è detta convinta che “Israele e Stati Uniti condividono non solo gli stessi valori, ma anche gli stessi interessi”; Livni ha poi di nuovo accusato Teheran di essere responsabile del conflitto: “Quando Hamas iniziò si trattava di razzi artigianali fabbricati nella Striscia, ma ora non più, ora provengono dall’Iran”.


Infine, Livni ha sottolineato come lo Stato ebraico in questo momento abbia il sostegno dei Paesi arabi moderati: “Non voglio mettere in imbarazzo nessuno, ma so di rappresentare anche i lro interessi: questo non è più il conflitto israelo-palestinese o arabo-israeliano, ma tra moderati ed estremisti”.



ABU MAZEN

Hamas deve accettare “senza esitazioni” il piano di pace franco-egiziano perché possa venire applicato un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza: lo ha affermato il presidente dell’Autorità Nazionale palestinese, Abu Mazen, in visita al Cairo. Abu Mazen - che ha difeso l’ipotesi del dispiegamento di una forza internazionale a Gaza - ritiene inoltre che le riserve espresse fino ad ora dal movimento estremista sulle proposte egiziane non siano “sostanziali” e ha auspicato una soluzione nel più breve tempo possibile.


Una delegazione di Hamas proveniente dalla Striscia di Gaza è infatti giunta al Cairo per chiedere “chiarimenti” sul piano di pace franco-egiziano: lo hanno reso noto fonti della sicurezza egiziana.
La delegazione - composta da quattro persone - si riunirà con i due rappresentanti della direzione politica di Hamas in esilio già presenti al Cairo per incontrare il responsabile dei servizi segreti egiziani, Omar Suleiman.
Ieri il viceresponsabile dell’ufficio politico di Hamas, Moussa Abu Marzouk, aveva indicato che l’organizzazione estremista palestinese non avrebbe accettato alcun accordo che non prevedesse la revoca del blocco ai valichi di frontiera.



LE TAPPE DELL'OFFENSIVA ISRAELIANA CONTRO HAMAS NELLA STRISCIA DI GAZA


- 14 dicembre: il leader di Hamas, Khaled Meshaal, annuncia che il movimento islamista non rinnoverà la tregua con Israele durata sei mesi.

- 18 dicembre: Hamas dichiara la fine del cessate-il-fuoco mediata dall’Egitto.

- 24 dicembre: i militanti palestinesi ricominciano a lanciare razzi su Israele.

- 27 dicembre: Israele lancia l’offensiva aerea sulla Striscia.

- 28 dicembre: Hamas rivela che i bombardamenti hanno distrutto i laboratori dell’Università islamica, simbolo culturale di Hamas. Israele bombarda 40 tunnel tra l’Egitto e Gaza, spesso usati dai gruppi armati anche per il contrabbando di armi.

- 29 dicembre: le bombe colpiscono i centri di potere di Hamas, come il ministero dell’Interno e Israele dichiara l’area intorno alla Striscia "zona militare chiusa". Fitto lancio di razzi sul sud di Israele.

- 30 dicembre: il portavoce di hamas, Fawzi Barhoum, chiede ai gruppi palestinesi di colpire Israele "in tutti i modi possibili". Israele annuncia che l’offensiva durerà molte settimane.

- 31 dicembre: il leader di hamas, Ismail Haniyeh, dice ai palestinesi che "la vittoria è vicina". Riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza dell’Onu: al vaglio la risoluzione dei Paesi arabi che chiedono l’immediato cessate-il-fuoco, rinviata senza voto.

- 1 gennaio: ucciso in un raid aereo Nizar Rayyan, uno degli esponenti di spicco di Hamas. Il movimento islamista rifiuta la proposta di tregua formulata dall’Ue e proclama "il giorno della collera".

- 2 gennaio: migliaia di palestinesi in piazza, scontri con la polizia. Manifestazioni arresti e incidenti in diverse città arabe.

- 3 gennaio: alle 8.30 ora locale (19.30 ora italiana) inizia l’offensiva di terra di Israele nella striscia di Gaza; molti sono gli attacchi aerei a Gaza e gli attacchi di artiglieria nella zona di Rafah. In particolare, l’esercito israeliano bombarda un deposito di petrolio a Beit Lahiya, a nord della striscia di Gaza.

- 4 gennaio: continua l’offensiva di terra israeliana nella striscia di Gaza e gli episodi di violenza alla periferia della capitale Gaza City. Il coro di appelli del mondo alla tregua si fa sempre più insistente, ma secco è il "no" del presidente Shimon Peres. Dall’inizio dell’operazione iniziata il 27 dicembre, si contano 512 vittime palestinesi e 2.450 feriti.

- 5 gennaio: L’offensiva continua. Il ministro israeliano della Difesa, Ehud Barak, afferma: "L’operazione a Gaza prosegue secondo i nostri piani; la città è parzialmente assediata e le nostre forze hanno raggiunto gli obiettivi di terra prefissati".
La livni respinge le richieste europee di un immediato cessate il fuoco. Il bilancio dei morti palestinesi sale a 525 vittime. Diplomazie europee al lavoro, Sarkozy vede Mubarak.
Intanto parte l’offensiva dentro Gaza City.

- 6 gennaio: quarto giorno dell’offensiva di terra e undicesimo giorno dall’inizio degli attacchi israeliani. Sotto il fuoco israeliano Khana Yunis, roccaforte di Hamas nella parte meridionale della Striscia di Gaza. Colpita una scuola dell’Onu piena di rifugiati. Intanto 4 israeliani sono rimasti uccisi dal fuoco di un tank. Il totale dei morti palestinesi supera i 600 morti mentre Sarkozy, in missione di pace in Medio Oriente, torna in Egitto per rivedere Mubarak e annuncia che "una soluzione non è lontana".

- 7 gennaio: Israele sospende temporaneamente i bombardamenti per consentire gli aiuti umanitari a Gaza. La ripresa dei combattimenti, dopo la tregua di tre ore, ha causato l’uccisione di 9 palestinesi a Gaza. Il bilancio dei morti nella mattinata era di 24 persone.

- 8 gennaio: Un accordo di massima viene raggiunto tra paesi occidentali e arabi su una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu su un cessate il fuoco a Gaza. L’Unwra, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi, ha sopseso le operazioni, dopo che uno dei suoi convogli è stato colpito dal fuoco israeliano, uccidendo una persona. Alcuni razzi vengono lanciati dal Libano, nel nord di Israele.

- 9 gennaio: L’offensiva israeliana continua. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa decide di limitare le sue operazioni, dopo che ieri forze israeliane hanno sparato con armi legegre contro un suo veicolo. In molte città del mondo arabo, grandi manifestazioni di sostegno ai palestinesi.

- 10 gennaio: Israele continua a bombardare la striscia di Gaza per il 15esimo giorno consecutivo e i militanti di Hamas hanno sparato nuovi razzi verso lo Stato ebraico, contro gli sforzi internazionali volti a fermare il conflitto. Otto palestinesi sono morti per un colpo sparato da un carro armato israeliano a Jabalya, nel nord della striscia di Gaza. Il bilancio delle vittime palestinesi è salito a 821, di cui 235 bambini e 93 donne. I morti fra gli israeliani sono 13, di cui 3 civili.



http://quotidianonet.ilsole24ore.com/esteri/2009/01/10/143473-livni_hamas_deve_rianimarsi.shtml

venerdì 5 settembre 2008

GLI EBREI IN ITALIA DI LUCIANO TAS

GLI EBREI IN ITALIA
di LUCIANO TAS








A Roma dal 168 A.E.V. ambasciatori dalla Giudea
La storia degli ebrei italiani incomincia a Roma, forse nel 300 A.E.V, ma le prime tracce ufficiali della loro presenza risalgono al 168 A.E.V., quando la Giudea chiede al Senato romano un'alleanza nella guerra contro i Seleucidi.

Tra il 168 e il 139 A.E.V. Gerusalemme manda a Roma diverse ambascerie, e dietro gli ambasciatori vengono i mercanti, gli artigiani, gli studiosi, i viaggiatori. A loro si aggiungeranno, dopo il 63 A.E.V., i prigionieri di guerra fatti da Pompeo nella campagna militare romana conclusa con l'occupazione di Gerusalemme.

Gli ebrei presenti in Italia intorno a quegli anni (forse 30.000 nella capitale e 40/50.000 in tutto il paese su una popolazione globale di 4 o 5 milioni di abitanti) hanno in comune non tanto una "nazionalità", concetto che doveva farsi strada nel mondo assai più tardi, quanto una religione. Osservanti di precetti rigorosi là dove è diffuso un certo lassismo, gli ebrei costituiscono un interrogativo e un problema. Interrogativo per quanto riguarda i loro usi e costumi, così diversi da quelli romani, problema per quanto riguarda, ad esempio, l'osservanza del sabato, "luogo" sacro agli ebrei, che include tra gli obblighi anche quello di non effettuare alcun lavoro. Tuttavia gli ebrei s'inseriscono bene nella società romana, offrendo sostegno politico a Giulio Cesare, che ricambia questa simpatia, e quando assume il potere riconosce alla comunità ebraica il diritto di osservare liberamente i precetti religiosi e di seguire le norme alimentari rituali.

Dopo il 70 da cittadini a profughi
Un cambiamento nella vita della comunità ebraica italiana si produce nel 70, quando cessa in Giudea ogni parvenza di sovranità. Gerusalemme ribelle è rasa al suolo dalle legioni di Tito e il Tempio è distrutto. I prigionieri affluiscono a Roma a migliaia. La fine della Giudea trasforma gli ebrei da cittadini in profughi.

Quando insorgono le prime dispute tra gli ebrei-cristiani (i primi adepti della nuova religione sono raccolti più tra gli ebrei che tra i pagani) e gli ebrei-ebrei, i disturbi provocati all'ordine pubblico provocano l'espulsione da Roma dei primi e dei secondi, senza distinzione. Con Diocleziano la "carta dei privilegi" di Cesare viene un po' alla volta mutilata. Infine, se Roma politeista e pagana poteva tollerare tutte le credenze, dopo Costantino Roma monoteista e cristiana non può accettare alcuna concorrenza, perché la nuova religione rappresenta al meglio l'elemento politico unificante di un impero incrinato.

Incomincia così il lungo calvario ebraico nei secoli.

Bene gli Ostrogoti, meglio Arabi e Normanni
Ma dove si trovano gli ebrei in Italia nel 313? Una parte ancora a Roma, ma forti colonie sono presenti un po' ovunque e specialmente nel Meridione, a Pompei, a Capua, a Fondi, nelle Puglie, in Calabria e in Sicilia. Le prime discriminazioni statuali contro gli ebrei sono adottate dall'imperatore Costantino che vieta le conversioni all'ebraismo e proibisce agli ebrei di avere schiavi cristiani. Sono vietati i matrimoni misti e agli ebrei s'impongono corvées. La propaganda antiebraica porta immancabili frutti. Viene data alla fiamme una sinagoga a Tortona, in Piemonte, poi, nel 368, una a Roma e un'altra ad Aquileia.Nel 476, quando cade l'Impero Romano d'Occidente, gli ebrei si trovano sparsi in tutta Italia, a Bologna, Ferrara, Trieste, Torino, e in molti centri minori. Le invasioni barbariche - Visigoti, Vandali, Unni - costituiscono per ebrei e non ebrei, motivo di sofferenze. A riportare un minimo d'ordine nel paese sono gli Ostrogoti, il cui grande re Teodorico riesce, a cavallo tra il 400 e il 500, a stabilire un certo equilibrio tra la sua gente vittoriosa e quella italica dominata. Ed anche per gli ebrei sono decenni di relativa tranquillità, perché Teodorico ridimensiona il potere dei vescovi. Alla sua morte l'Italia diventa di nuovo campo di battaglia.Nel 600 gli ebrei lasciano il regno Franco-Longobardo del nord, dove le rigide strutture unitarie non favoriscono l'inserimento di elementi diversi, per i più frantumati centri di potere del sud, dove il pullulare di principati, ducati, città libere, rende più sicure le comunità ebraiche che vi si formano.

Il Mezzogiorno d'Italia è affacciato sul Mediterraneo, i suoi contatti con i paesi rivieraschi sono più fitti, gli scambi mercantili sono anche scambi culturali. Per quattro secoli vi si sviluppa una florida colonia ebraica. Il dominio arabo in Sicilia è, per l'epoca, assai liberale e l'unica misura restrittiva disposta nei confronti degli ebrei è un segno giallo sulle vesti. Quello normanno consentirà agli ebrei di condurre una vita relativamente normale e di espandersi socialmente e culturalmente, inserendosi nel tessuto circostante.

Ovunque si estende la potenza dei Normanni gli ebrei hanno scuole, sinagoghe, botteghe artigiane. La loro arte di fabbricare e dipingere stoffe e sete si estende all'estero. L'uso della lingua ebraica facilita i contatti con i correligionari di altri paesi, e quindi i traffici marittimi. L'elemento ebraico costituisce il necessario propellente allo sviluppo economico dei dominî normanni.

Tra Papato e Impero
Nel 1120 la "bolla" di Callisto II, Constitutio pro Judaeis, vieta agli ebrei di erigere nuove sinagoghe, o abbellire quelle esistenti. Né possono tenere servi o balie cristiane.

Ma Federico II, lo Svevo, che finirà poi scomunicato, promulga nel 1231 a Melfi una serie di leggi, raccolte nel Liber Augustalis, che garantiscono agli ebrei la parità con gli altri cittadini. È una sfida al Papato.

Nel 1267 Papa Clemente IV, nella sua bolla Turbato corde, incita domenicani e francescani a una maggiore severità nei confronti degli ebrei.

Ucciso Manfredi, la saga dei Normanni si chiude.

A Napoli, verso la fine del 1200, si scatena quello che molto più tardi verrà chiamato, con parola russa, un pogrom: case assaltate, sinagoghe date alle fiamme, botteghe saccheggiate, uomini uccisi e donne violentate. Una serie di violenze che verranno ricordate a Napoli con il nome dato a una strada: "Via Scannagiudei".

I Crociati verso la Terrasanta passando per la Germania
L'alba del XIV secolo vede in Italia, su una popolazione di 8 milioni di abitanti, 40.000 ebrei. Incalzati da decreti vessatori, da frequenti aggressioni e saccheggi, molti lasciano l'Italia per cercare rifugio provvisorio al di là delle Alpi, da dove per le stesse ragioni altri ebrei compiono il cammino inverso. Si calcolano in 100.000 gli ebrei uccisi al passaggio dei Crociati nelle città tedesche del Reno.

La Morte Nera e gli "untori"
Nel 1348 si abbatte sull'Europa una terribile epidemia di peste che verrà ricordata come la Morte Nera. Gli ebrei vengono accusati di esserne gli "untori" e di voler uccidere tutti i cristiani.

L'Italia è relativamente al riparo da questa ondata di follia, e diventa sempre più rifugio per migliaia e migliaia di ebrei, che si concentrano ora in Lombardia, nel Trentino, in Piemonte, nel Veneto, in Emilia, dove devono pagare un "diritto di residenza", portare un segno distintivo, subire altre restrizioni. Ma insomma vivono e producono. E godono del beneficio di saper leggere e scrivere.

Alla metà del XV secolo, l'Italia è divisa in una serie di piccoli Stati idealmente separati tra loro da una linea che passa tra il Papa e l'Imperatore, supremo reggitore del Sacro Romano Impero.

Vi è il Ducato di Savoia, con capitale Torino, entro la cui orbita si muovono altri tre feudi: Saluzzo, Asti e il Monferrato. Tutti e tre vedono un progressivo afflusso di ebrei che costituiscono altrettante comunità. A Venezia s'insedia una comunità ebraica cosmopolita che avrà un ruolo rilevante nello sviluppo della Repubblica, anche se è proprio qui, a Venezia, che nasce il primo Ghetto.

Altri centri ricchi di storia e di cultura ebraiche sono Mantova, Modena e Ferrara. A Firenze, sotto le sue Signorie, si sviluppa una intensa attività ebraica, specie nel settore bancario.

Addio alla Spagna
I dominî della Chiesa, come l'Emilia, la Romagna, l'Umbria e le Marche, non favoriscono l'afflusso ebraico, così come non lo favorisce il regno di Napoli, passato sotto il dominio degli spagnoli. E con il peggiorare delle condizioni degli ebrei in Spagna, fino alla definitiva cacciata, anche gli ebrei siciliani, calabresi e napoletani vedono volgere al termine un plurisecolare periodo di tolleranza e di relativa tranquillità. La scoperta dell'America nel 1492 coincide con l'espulsione, decretata dai sovrani spagnoli Ferdinando e Isabella, di tutti gli ebrei dalla Spagna e da tutti i dominî spagnoli, Sicilia inclusa.

A tutto il 1492 sono almeno 200.000 gli ebrei espulsi dalla Spagna e 40.000 dalla Sicilia, dove finisce così una presenza durata quindici secoli.

Riforma e Controriforma
Nel XVI secolo il Rinascimento si diffonde in tutta Europa, e oltralpe assume anche il carattere di contestazione e rivolta contro la Chiesa romana.

È la Riforma, sarà lo scisma. I cristiani non sono più solo cattolici e i contestatori diventano "protestanti".

La metà del Cinquecento segna per gli ebrei un drastico giro di vite. La Riforma induce il Papato a un generale irrigidimento. È la Controriforma.

Alcune conseguenze le conoscono nel 1555 in Italia gli ebrei, per i quali la Controriforma ha un nome: la bolla Cum nimis absurdum emessa dal papa Paolo IV il 15 luglio.

In essa si dice che "è assurdo e sconveniente al massimo grado che gli ebrei, che per loro colpa sono stati condannati da Dio alla schiavitù eterna, possano, con la scusa di essere protetti dall'amore cristiano e tollerati nella loro coabitazione in mezzo a noi, mostrare tale ingratitudine verso i cristiani da oltraggiarli per la loro misericordia e da pretendere dominio invece di sottomissione".

Questi ebrei, si legge ancora, osano "vivere in mezzo ai cristiani" e perfino "nelle vicinanze delle chiese", si vestono come gli altri, senza perciò potersi fare riconoscere, comprano case, assumono balie cristiane, insomma, commettono questi e "numerosi altri misfatti a vergogna e disprezzo del nome cristiano".

La bolla papale impone agli ebrei di abitare in una o più strade, dove non ci sia possibilità di contatto con i cristiani: è l'istituzionalizzazione del ghetto. Gli uomini sono obbligati a portare un berretto che li distingua; le donne un velo o uno scialle, sempre con caratteristiche tali da rendere subito nota la loro identità. Ogni contatto con i cristiani, di lavoro o di amicizia, è vietato. Agli ebrei è vietato ogni tipo di lavoro, d'arte o di commercio che non sia il traffico di stracci e di abiti usati - "sola arte strazziariae seu cenciariae".

Nel 1559 muore papa Paolo IV, ma le leggi antiebraiche del suo predecessore restano in vigore.

Col succedersi dei papi, Pio V, Gregorio XIII, Sisto V, Clemente VII, le condizioni di vita imposte agli ebrei non mutano. La politica della Chiesa ha conseguenze negative anche negli Stati che non sono direttamente dominati dal papato.

Liberté, Egalité, Fraternité
Con la Rivoluzione francese, esportata anche in Italia, gli ebrei italiani, che sono circa 30.000 su una popolazione di 17 milioni, fanno il loro ingresso nella vita pubblica del paese.

Occupati gli Stati pontifici, imposta a Roma una Repubblica retta da patrioti italiani liberali, i francesi favoriscono una Costituzione (20 marzo 1798) che garantisce a tutti i cittadini e a tutti i culti eguaglianza di trattamento da parte dello Stato.

Gli ebrei accolgono con entusiasmo l'ingresso dei francesi in Italia, ma restano prudenti, quasi presaghi che alla Rivoluzione e a Napoleone sarebbe succeduta la Restaurazione. E con la Restaurazione molti degli antichi ceppi.

Con la Restaurazione il pendolo torna indietro
Il Congresso di Vienna del 1814/15 s'incarica di mandare indietro il pendolo della Storia. Lo status quo ante è ripristinato e in Italia la condizione ebraica torna, segnatamente nello Stato pontificio, al disgraziato punto in cui si trovava nel XVIII secolo. Con la parziale eccezione della città di Livorno dove il Granduca di Toscana incoraggia l'afflusso degli ebrei, garantendone la sicurezza con un decreto noto come la "Livornina".

Anche in Piemonte tornano i ghetti, ma l'espansione economica ebraica negli anni di libertà ha creato situazioni di fatto difficilmente reversibili.

Nel Lombardo-Veneto vivono 7000 ebrei, che qui possono studiare e laurearsi. Condizioni simili si hanno in Toscana, a Parma, a Modena, a Mantova. In quest'ultima città agli ebrei è consentito uscire di giorno dal ghetto e persino tenervi "granari e magazzeni, purchè si osservi la debita distanza dalle Chiese".

Fratelli d'Italia
A partire dalla metà dell'800 la storia degli ebrei italiani si confonde sempre di più con la storia d'Italia e non può meravigliare il fatto che gli ebrei partecipino ai moti risorgimentali. I patrioti italiani, come Mazzini e Cattaneo, tendono all'abbattimento di un mondo chiuso, reazionario, antisemita. È proprio Cattaneo, con il suo Interdizioni imposte dalla legge civile agli Israeliti, a denunciare l'insostenibile condizione ebraica, anche se nel Regno di Sardegna alcune delle conquiste civili degli ebrei restano acquisite con lo Statuto albertino.

Alle campagne che Garibaldi conduce nel 1848 e nel 1849 partecipano duecento ebrei, e quando a Torino le responsabilità di governo sono affidate a Camillo Benso conte di Cavour, questi si avvale dell'opera di consiglieri e amici ebrei, come Ottolenghi, Todros, Vitta, Leonino. Segretario particolare di Cavour è un altro ebreo, Isacco Artom, mentre a dirigere il giornale governativo di Torino, L'Opinione, è chiamato Giacomo Dina.

Dietro l'angolo c'è il 1870 e la presa di Roma da parte dei bersaglieri. L'ultimo ghetto d'Europa è abbattuto. La Chiesa cattolica cessa di essere - per sua stessa fortuna - una potenza temporale.

L'Italia unita porta agli ebrei libertà e uguaglianza. Nel codice del 1889 non c'è più traccia della vecchia divisione tra religione di Stato e culti tollerati. Tutti i culti ora sono ammessi ed è punito il vilipendio di ogni religione professata.

La gente del Libro
Nel corso dei secoli gli ebrei non hanno mai smesso di produrre cultura. Dal filosofo, medico e astrologo Shabbatai ben Avraham Donnolo, vissuto nel X secolo nel Mezzogiorno, al pugliese Achimoaz da Oria che nel 1054 ha lasciato una preziosa Cronaca, agli anonimi estensori del dotto Sefer Josipon, è lunga la lista degli ebrei illustri. O dei grandi stampatori, come i Soncino, come Avraham di Chaim de' Tintori, da Pesaro, o il mantovano Avraham Conat. O dei medici come i Portaleone da Mantova, dei filologi come Azaria de' Rossi, dei commediografi come Leone de' Sommi Portaleone, dei musicisti come Salomone de' Rossi.

L'abitudine a leggere, scrivere e studiare agevola l'integrazione con la cultura circostante.

Alla fine del XIX secolo gli ebrei costituiscono il 6 per cento del corpo insegnante universitario (nel paese sono l'uno per mille). Già nel 1871, all'indomani della presa di Roma, la Camera dei Deputati conta undici ebrei ed è ebreo, tra il 1907 e il 1913, il sindaco di Roma Ernesto Nathan.

E sono gli ebrei di Trieste ad assumere un ruolo di rilievo nel movimento irredentista e nella cultura italiana, il cui simbolo triestino è Italo Svevo.

"Fatta salva la sua onorabilità"
La guerra mondiale del 1914/18 (l'Italia vi entra nel 1915) vede anche gli ebrei italiani al fronte.

Dopo il conflitto, per il quale l'Italia ha pagato il prezzo altissimo di 600.000 morti, in un clima di confusione e disordini, nel 1922 nel paese s'impone il fascismo, nei confronti del quale la posizione degli ebrei non è diversa da quella degli altri italiani: chi è a favore, chi è contro, chi si rassegna.

Il fascismo non si presenta come un movimento antisemita, ma i pochi teorici dell'antisemitismo, come Paolo Orano e Giovanni Preziosi, vi aderiscono subito.

Nemmeno Mussolini si era sottratto a un certo antisemitismo popolare. Già nel 1919 scriveva che il bolscevismo rappresentava "la vendetta dell'ebraismo contro il cristianesimo".

Ma ecco lo stesso Mussolini, appena un anno dopo, nel 1920: "Il bolscevismo non è, come si crede, un fenomeno ebraico. È vero invece che il bolscevismo condurrà alla rovina totale gli ebrei dell'oriente europeo".

Che un certo antisemitismo sia di uso corrente lo dimostra la curiosa conclusione di una nota che il capo della polizia Carmine Senise invia al Questore di Roma che lo aveva incaricato di compiere alcune indagini sullo psicoanalista Emilio Servadio (la psicoanalisi è malvista dal fascismo): "La madre del dott. Servadio, senza voler con ciò toccare la sua onorabilità, sembra essere israelita". Nel 1930, dopo il Concordato tra lo Stato e la Chiesa avvenuto l'anno prima, viene approvata una legge che regola il funzionamento delle Comunità ebraiche.

Il primo sospetto del fascismo sui sentimenti degli ebrei nasce alla fine del 1931, quando i docenti universitari sono chiamati al giuramento di fedeltà al regime. Su oltre mille professori, solo dodici rifiutano di piegarsi. Tra questi cinque sono ebrei: Giorgio Errera, Giorgio Levi della Vida, Vito Volterra, Mario Carrara e Fabio Luzzatto.

Alcuni ebrei italiani aderiscono a gruppi di opposizione, naturalmente clandestina, al regime. Tra loro i fratelli Carlo e Nello Rosselli - assassinati in Francia da sicari fascisti - che hanno fondato il movimento di "Giustizia e Libertà", al quale aderiscono anche altri ebrei: Carlo, Mario, Riccardo Levi, Max Ascoli, Leone Ginzburg, Gino Luzzatto.

Nel marzo 1934 a Torino viene scoperta una rete antifascista. I quindici arrestati sono in gran parte ebrei. Ciò dà adito a tutti i giornali di scatenare una campagna antisemita, orchestrata dall'alto, che a un certo punto però misteriosamente si spegne.

"Grandi razze e piccole razze"
Nel 1938 la campagna antisemita riprende più virulenta e il 14 luglio "Un gruppo di studiosi fascisti docenti nelle Università italiane", fissa "la posizione del Fascismo nei confronti del problema della razza".

E' un "Manifesto" che dice: "le razze umane esistono", "esistono grandi razze e piccole razze", "la popolazione dell'Italia attuale è di origine ariana e la sua civiltà è ariana", e "esiste ormai una pura razza italiana".

Poi si afferma che "Gli ebrei non appartengono alla razza italiana", e "i caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati in nessun modo".

Sotto al "Manifesto" vi è la firma di dieci docenti universitari.

Il 7 settembre il governo emana il primo decreto contro gli ebrei: quelli stranieri, entrati nel paese dopo il 1919, dovranno andarsene.

Poi il regio decreto del 17 novembre vieta "il matrimonio del cittadino italiano di razza ariana con persona appartenente ad altra razza" e stabilisce che gli ebrei non possono "prestare servizio militare in pace e in guerra; esercitare l'ufficio di tutore o curatore di minori o di incapaci non appartenenti alla razza ebraica; essere proprietari o gestori, a qualsiasi titolo, di aziende dichiarate interessanti la difesa della nazione (...) e di aziende di qualunque natura che impieghino cento o più persone, né di avere di dette aziende la direzione, né assumervi comunque l'ufficio di amministratore o di sindaco; essere proprietari di terreni che in complesso abbiano un estimo superiore a lire cinquemila; essere proprietari di fabbricati urbani che in complesso abbiano un imponibile superiore a lire ventimila".

Inoltre "il genitore di razza ebraica può essere privato della patria potestà sui figli che appartengano a religione diversa da quella ebraica". Gli ebrei sono esclusi "con effetto immediato" dalle occupazioni che dipendono da "Amministrazioni civili e militari dello Stato", dalle organizzazioni del partito fascista, da tutte le amministrazioni pubbliche (Province, Comuni, Aziende di trasporto, Ferrovie, Consorzi), dalle banche e dalle aziende di assicurazione. E naturalmente tutti, docenti e discenti, dalle scuole del Regno.

Successivamente saranno ritirate le licenze commerciali e artigiane, e le libere professioni, dall'avvocato all'ingegnere, dall'architetto al medico, saranno precluse.

Una parte della comunità ebraica italiana (forse 4/5000 persone), lascia il paese, ma il grosso resta.

La Chiesa protesta per il disconoscimento delle conversioni, e per la proibizione di contrarre matrimonio misto, anche quando il coniuge ebreo abbraccia il cattolicesimo.

Oltre a tutti gli altri provvedimenti, gli ebrei subiscono anche umiliazioni. Non possono avere apparecchi radio, né frequentare luoghi di villeggiatura e di cura. Taluni esercizi commerciali esibiscono la scritta "Vietato l'ingresso agli ebrei".

La guerra e la resa dell'Italia, invasa dai tedeschi
Il 10 giugno 1940 l'Italia entra in guerra a fianco della Germania, ma anno dopo anno matura il disastro, tanto che nel settembre del 1943 deve arrendersi. Anche la resa è gestita tanto disastrosamente da trasformarsi in catastrofe.

Il 25 luglio 1943, con gli anglo-americani già in casa, Mussolini è rovesciato da una congiura di palazzo. Il nuovo presidente del Consiglio, il Maresciallo Pietro Badoglio, nasconde ai tedeschi le trattative per la resa. Quando l'8 settembre l'annuncia, il risultato è disastroso. I tedeschi, che avevano comunque saputo subito che cosa si stava preparando, disarmano l'esercito italiano, i cui capi, re e generali in testa, si erano dati alla fuga.

Senza ordini, senza ufficiali superiori, l'esercito italiano si sfalda, conosce la tragedia, come a Cefalonia, dove la guarnigione è massacrata a tradimento dai tedeschi. 600.000 soldati sono catturati e portati in Germania.

Qualche giorno dopo l'armistizio si ricostituisce a Salò, sul Lago di Garda, il partito fascista, che darà vita all'effimera "Repubblica Sociale Italiana" del tutto asservita ai tedeschi. Molto spesso i militi della Repubblica di Salò sono gli zelanti complici dei tedeschi nella caccia agli ebrei e nelle azioni più efferate.

Nei primi giorni dell'invasione tedesca alcune migliaia di ebrei fuggono in Svizzera, altri passano la confusa linea del fronte e raggiungono il sud d'Italia già liberato. Altri ancora, specie i più giovani, finiscono per raggiungere le formazioni partigiane. Molti cercano di nascondersi. Ma un gran numero non ce la fa. Gli ebrei del vecchio quartiere ebraico di Roma, l'antico ghetto, sono colti di sorpresa.

La razzia del 16 ottobre '43 a Roma
Il 26 settembre 1943 due esponenti dell'ebraismo romano e italiano sono convocati dal comandante della polizia tedesca, il maggiore delle SS Herbert Kappler, che chiede la consegna entro 36 ore di cinquanta chili d'oro, in cambio della vita di 200 ebrei romani.

L'oro viene reperito, i tedeschi sembrano placati, molti ebrei si tranquillizzano. Tra il 29 settembre e il 13 ottobre i tedeschi penetrano negli uffici della Comunità, ne asportano documenti e libri antichi.

Tre giorni più tardi, all'alba del 16 ottobre, circondano il Ghetto di Roma e di colpo irrompono nelle case. È razzia.

Per tutta la mattina di sabato 16 ottobre i tedeschi strappano gli ebrei, uomini, donne, bambini dalle loro abitazioni, li caricano su camion, li avviano a una caserma di via della Lungara. Da qui pochi giorni dopo gli oltre mille ebrei catturati nella razzia vengono gettati su treni piombati e avviati a Fossoli e da qui ad Auschwitz, dove in gran parte saranno uccisi subito (come i bambini e gli anziani) e il resto, salvo un pugno di superstiti, più tardi.

Nell'infausta geografia dei campi di sterminio nazisti, uno si trova anche in Italia, a San Sabba, vicino Trieste.

La razzia continua per tutta Roma nelle settimane e nei mesi seguenti. In totale sono deportati dalla capitale 2091 ebrei. In tutta Italia (comprese le isole dell'Egeo) vengono deportati tra il 1943 ed il 1945 oltre 8500 ebrei. Ne torneranno poche centinaia.

La Resistenza e le stragi naziste
Su 200.000 italiani che scelgono la via della resistenza all'invasore, ci sono 2000 ebrei. Sui 70.000 partigiani caduti in combattimento, 700 sono ebrei.

Delle stragi perpetrate dai tedeschi in Italia (come Marzabotto o Sant'Anna di Stazzema), una resterà a simbolo, quella delle Fosse Ardeatine, dove per rappresaglia dell'uccisione di trentadue soldati tedeschi in un attentato del 23 marzo 1944 a Via Rasella a Roma, 355 uomini, e tra loro anche 75 ebrei, sono condotti sulla via Ardeatina e massacrati. Sopra di loro, per cancellare ogni traccia, viene fatto precipitare con la dinamite un pezzo di montagna sovrastante.

Roma è liberata il 4 giugno del 1944, ma bisogna aspettare fino al 25 aprile del 1945 perché le forze anglo-americane costringano alla rotta finale i tedeschi.

Gli ebrei d'Europa superstiti si aggirano come fantasmi tra rovine morali e materiali. Quelli italiani si contano.

Da questo momento, così come avviene per il resto del paese, anche per l'ebraismo italiano incomincia la ricostruzione.

Lo Stato ebraico, la cui nascita era stata solennemente sancita da una Risoluzione delle Nazioni Unite nel Novembre 1947, si ricostituisce il 14 maggio del 1948. Il suo nome è Israele. Appena nato, è subito attaccato da cinque eserciti arabi.

Lo Stato d'Israele e le sue guerre
Nel maggio del 1967 si produce una svolta importante.

Tra maggio ed i primi di giugno del 1967 incombe su Israele una minaccia mortale da parte di Egitto, Giordania, Siria, Libano e Iraq. La possibilità di un nuovo genocidio sembra concreta e tutta l'Italia manifesta la sua emozione.

La guerra-lampo, che sarà chiamata la "guerra dei sei giorni", porta invece a una travolgente vittoria israeliana, che ha una funzione catalizzatrice sugli ebrei italiani che si rendono conto del ruolo di uno Stato ebraico. L'immagine dell'ebreo condannato al ruolo di vittima sacrificale è infranta.

Dopo questa guerra diminuiscono lentamente nella società italiana le simpatie per Israele. I motivi non sono sempre limpidi, e vanno riferiti agli schieramenti politici.

Nel 1973, a ottobre, nel giorno di Kippur, Israele è ancora una volta aggredito, e sembra soccombere. Poi la risposta del suo esercito lo porta a 101 chilometri dal Cairo e a 30 da Damasco. Gli Stati Uniti lo fermano.

Con il "fattore Israele" la vita degli ebrei italiani si politicizza, ma questo li aiuta in una più vasta ricerca di sé, della propria identità, ciò che non impedisce loro di partecipare con passione alle vicende del nostro paese, di cui sono parte integrante. Un attentato da parte di terroristi palestinesi contro i fedeli usciti dal Tempio Maggiore di Roma il 9 ottobre 1982, in occasione di una cerimonia religiosa, lascia sangue sull'asfalto. Un bambino di tre anni è ucciso, decine sono i feriti. L'attentato riporta la Comunità ebraica romana a una realtà che sembrava consegnata al passato.

Gli ebrei, lo Stato e la Chiesa cattolica
Una nuova Intesa con lo Stato è firmata dall'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane nel 1987. In applicazione all'art. 8 della Costituzione rinnova il precedente accordo e lo rende più compatibile con la sensibilità democratica.

Anche i rapporti con la Chiesa registrano cambiamenti. A rompere certi pregiudizi antiebraici è per primo papa Giovanni XXIII.

La dichiarazione Nostra Aetate, al Concilio Vaticano II del 1965, "riabilita", poi, il popolo ebraico dall'accusa di "deicidio".

Le nuove direttrici della Chiesa saranno clamorosamente portate all'esterno da un altro papa, Giovanni Paolo II, che il 13 aprile del 1986 si reca in visita al Tempio Maggiore di Roma. L'evento è senza precedenti. Mai, in tutta la storia, un pontefice aveva varcato la soglia di una sinagoga. È un momento di grandissima emozione. Dopo il gesto e le parole di Giovanni Paolo II ai "fratelli maggiori" ebrei, la strada della revisione critica della Chiesa sembra irreversibile.

Gli ebrei italiani oggi
Oggi gli ebrei italiani iscritti alle 21 Comunità del paese sono meno di 30.000 su una popolazione di 57 milioni.

Quasi la metà vivono a Roma, meno di 10.000 a Milano. Gli altri sono sparsi in Comunità definite "medie" (Torino, Firenze, Trieste, Livorno, Venezia) o "piccole".

Le varie Comunità, ognuna delle quali retta da un Consiglio eletto dagli iscritti, sono riunite nell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, che ha sede a Roma e le rappresenta nei rapporti con il Governo e con le Istituzioni pubbliche. L'Unione provvede poi al coordinamento delle esigenze culturali e cultuali delle Comunità ebraiche e al sostegno di quelle più piccole.

Malgrado i molti problemi, malgrado la crisi demografica, l'ebraismo italiano resta vivo e vivace e rappresenta, in seno alla società circostante, un elemento di stimolo, di riflessione e di confronto.



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