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venerdì 16 ottobre 2009

Israele-Palestina, Onu approva rapporto Goldstone su crimini di guerra a Gaza

16/10/2009
Israele-Palestina, Onu approva rapporto Goldstone su crimini di guerra a Gaza

Il Consiglio sui Diritti Umani delle Nazioni Unite ha approvato dossier che accusa Israele e Hamas di gravi violazioni a Gaza
E' stata approvato oggi dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite il rapporto Goldstone che accusa Israele e Hamas di crimini di guerra a Gaza.
Venticinque i voti favorevoli. In sei hanno votato contro: Italia, Stati Uniti, Olanda, Ungheria, Slovacchia e Ungheria. Undici si sono astenuti.
Le posizioni politiche delle due parti in causa, inizialmente opposte sembrerebbero oggi convergere sul più completo disaccordo nei confronti dell'inchiesta capeggiata da Richard Goldsonte ex giudice dei tribunali internazionali per i crimini in ex Jugoslavia e Rwanda. Se, da una parte, Gerusalemme si è sempre dichiarata contraria a quella che ha più volte definito "una sentenza politica", l'Autorità palestinese, che inizialmente ha collaborato con la Missione Onu, ha cambiato la sua linea dopo aver ricevuto critiche interne.
La relazione, un dossier di 575 pagine, è fortemente critica con Israele colpevole, secondo i fatti, di aver commesso plurime violazioni al diritto internazionale umanitario con un uso sproporzionato della forza militare. Hamas viene invece accusata di un lancio indiscriminato di razzi contro la popolazione israeliana.
Dopo la pronuncia del Consiglio si apriranno due strade. La prima è quella che obbligherà Israele e l'Autorità palestinese ad aprire, e dimostrare di averlo fatto, un'indagine indipendente sui 22 giorni di guerra presi in esame dal rapporto Goldstone (dal 27 dicembre 2008 al 16 gennaio 2009). La seconda ipotesi scatterebbe dopo che le parti non dovessero adempiere a tale obbligo. In quel caso il Consiglio di Sicurezza invierà tutto il fascicolo alla Corte penale internazionale dell'Aja per l'apertura di un'istruttoria ufficiale.
Nel periodo considerato la Missione presieduta da Goldstone ha accertato la morte di oltre 1400 palestinesi (Israele dice che il numero è di 1.166 persone) e di 13 israeliani fra i quali risultano tre civili e dieci soldati.



http://it.peacereporter.net/articolo/18403/Israele-Palestina,+Onu+approva+rapporto+Goldstone+su+crimini+di+guerra+a+Gaza

giovedì 28 maggio 2009

MO: LEVY, ISRAELE SI ALLEI CON CATTOLICI E ISLAM MODERATO

MO: LEVY, ISRAELE SI ALLEI CON CATTOLICI E ISLAM MODERATO
Milano, 22 maggio Per uscire dalla sua condizione di ''crescente solitudine'' e far fronte a un nuovo antisemitismo, Israele dovrebbe stringere delle ''alleanze'': in primis rinnovando il suo legame con il mondo cattolico europeo e poi con i segmenti piu' illuminati dell'Islam e della societa' palestinese. E' l'opinione del filosofo francese Bernard-Henry Levy, intervenuto ieri sera a Milano ad un incontro per il centenario della fondazione di Tel Aviv in cui gli e' stato consegnato il premio 'Uomo dell'anno 2009' del Museo d'Arte della citta' israeliana. ''Non sono mai stato cosi' preoccupato per Israele e per il popolo ebraico come oggi - ha detto Levy - perche' in questo momento Israele affronta minacce senza precedenti nella sua storia, nemici come Hamas, Hezbollah e Iran mossi da un odio irragionevole, e quest'ultimo con la concreta eventualita' dell'arma nucleare''. ''Mai la malafede e la disinformazione verso Israele - ha proseguito - hanno assunto proporzioni tali come in questo momento: una macchina di delegittimazione e di satanizzazione che sta sfociando in un nuovo antisemitismo''.
http://www.shalom.it/index.php?option=com_magazine&Itemid=75

Israele: Ebrei messianici sotto i riflettori

Israele: Ebrei messianici sotto i riflettori
2009 Maggio 10

by illuminato
«Io ho annunziato, salvato, predetto, e non è stato un dio straniero in mezzo a voi; voi me ne siete testimoni, dice il SIGNORE… » (Isaia 43:12)

di Gershon Nerel

In Israele l’interesse del pubblico per gli ebrei credenti in Yeshua continua ad essere alimentato da reportage dei media in ebraico e in inglese. Venerdì 13 febbraio 2009 è apparso un altro lungo articolo su Up Front, il supplemento settimanale del Jerusalem Post in lingua inglese. L’attenzione dei lettori su questo articolo è stata attirata da un vistoso titolo sulla prima pagina del Jerusalem Post. Il titolo diceva: «La fede avanza: 7.000 credono in Gesù come loro Redentore». Nel supplemento è stato aggiunto un sottotitolo: «Con grande irritazione dell’establishement in Israele».

Il servizio sugli ebrei messianici occupava sei intere pagine con foto a colori. Sulla copertina del supplemento settimanale si poteva vedere la foto di due giovani. Portavano T-shirt rosse con la scritta ebraica: «Yehudim Lema’an Yeshua» (Ebrei per Gesù) e distribuivano volantini per strada. Larry Derfner, il reporter del Jerusalem Post è riuscito a fare un articolo completo e obiettivo. Ha abilmente evitato di destare o confermare pregiudizi nei lettori.

Nel suo articolo cita, senza censurarle, molte dichiarazioni di ebrei credenti in Yeshua. Qui di seguito alcuni esempi. «Yeshua è l’incarnazione del Dio di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe – in una nuova epoca». «Io sono nato ebreo, ma nella fede non c’è differenza tra me e un cristiano evangelico». «Se mi rifiutassi di parlare di Gesù ai miei simili, sarebbe come se conoscessi la medicina per guarire l’AIDS e la tenessi per me».

Dall’articolo si viene a sapere che il 50 percento dei circa 7.000 ebrei messianici in Israele sono nuovi immigrati dall’ex Unione Sovietica. Secondo altre stime, il numero degli ebrei messianici in Israele dovrebbe però arrivare a circa 10.000. Tra questi ci sono anche centinaia di nuovi immigrati dall’Etiopia. Su questo gruppo il giornalista scrive che «molti di loro preferiscono tenere per sé la loro fede». Simili credenti «nicodemiti» si possono trovare anche tra gli immigrati da altri paesi. Per paura della pressione sociale, economica e giuridica preferiscono per il momento tenere segreta la loro fede.

Nell’articolo si fa anche notare che ci sono ebrei messianici che soffrono sotto angherie e persecuzione. La cattiva disposizione contro questi credenti viene aizzata da almeno due “Organizzazioni anti-missionarie” ultra-ortodosse, e precisamente Yad L’achim (Mano ai fratelli) e Lev L’achim (Cuore per i fratelli). Queste istituzioni arrivano ai limiti del legalmente lecito e del decoro, e qualche volta vanno anche oltre, denigrando e attaccando gli ebrei messianici. Gli attivisti ultra-ortodossi cercano di screditare pastori e anziani di comunità nei loro immediati dintorni attaccando in posti pubblici pashkevilim, cioè manifesti con le loro fotografie e con minacce.

Secondo i dati esposti dal giornalista, in Israele ci sono circa 100 comunità messianiche. Ciascuna di loro costituisce un gruppo chiuso in se stesso, ma esiste tuttavia «una grande fluttuazione» nell’appartenenza alla comunità. Il reporter dichiara inoltre che gli ebrei messianici non gestiscono alcun centro chiuso in cui «i nuovi convertiti sono sottoposti a un lavaggio del cervello o a un ‘bombardamento con amore’». I nuovi arrivati nelle comunità messianiche non vengono nemmeno allontanati dalle loro famiglie o dai loro amici. Se un membro vuole abbandonare la comunità, né lui né altri vengono obbligati a rimanere.

Nel suo resoconto l’autore dell’articolo cerca di comportarsi come «obiettivo osservatore dall’esterno». Da una parte scrive: «Gli ebrei messianici in questo paese hanno una reputazione pessima», perché come attivi «missionari» parlano apertamente di Yeshua ad ogni ebreo (o non ebreo) che manifesta interesse. D’altra parte i «messianici» per il reporter non sono una setta, perché i credenti ebrei in Yeshua non hanno né una singola figura leader né un gruppo di leader, e a nessuna persona del loro ambiente attribuiscono proprietà divine. Nella sua esposizione mette anche in evidenza due aspetti contraddittori dello scenario ebreo-messianico in Israele: da una parte si nota una tendenza dei figli a non seguire la fede in Yeshua dei loro genitori; dall’altra si può osservare in altre famiglie una continuità della fede in Yeshua che passa di generazione in generazione, come per esempio in Yad Hashmona, un villaggio messianico (Moshav) nella zona collinare ebraica.

Alla fine dell’articolo il giornalista descrive un concerto di musica messianica organizzato da credenti in Yeshua. A questa manifestazione hanno partecipato circa 1.000 visitatori. L’autore scrive: «Mille credenti messianici, di cui molti hanno genitori ebrei, si sono riuniti in una specie di ‘casa protetta’ per cantare inni a Gesù. Non sembravano minacciosi, anzi piuttosto innocui e vulnerabili. In questo spazio al sicuro dagli occhi del pubblico hanno potuto esprimere liberamente la loro fede.»

Fonte: (Nachrichten aus Israel, aprile 2009 – trad. www.ilvangelo-israele.it)



http://butindaro.wordpress.com/2009/05/10/israele-ebrei-messianici-sotto-i-riflettori/

venerdì 22 maggio 2009

FILM SULL'OMOSESSUALITA' 'EYES WIDE OPEN'

20/05/2009 - 18.01
FESTIVAL DI CANNES: ARRIVA LO SCANDALOSO FILM SULL'OMOSESSUALITA' 'EYES WIDE OPEN'





(IRIS) - ROMA, 20 MAG - A coronamento di un'edizione del Festival in cui l'amore omosessuale ha avuto un posto d'onore, arriva nella sezione Un Certain Regard, il film che, pur con una trattazione delicata e sofferta rappresenta l'autentico scandalo di quest'anno. Si intitola 'Eyes Wide Open', lo ha diretto l'israeliano Haim Tabakman ed è stato realizzato grazie ad una coproduzione con la Francia e la Germania poichè in patria appariva impossibile trovare tutti i capitali necessari.

I protagonisti sono due uomini che appartengono alla comunità ultra ortodossa di Tel Aviv, sono profondamente rispettosi delle leggi religiose e della morale ebraica ma non vogliono uccidere per questo la sincera passione che li lega. Aaron è un rispettato commerciante, sposato con Rivka e bravo padre di quattro bambini. Ma quando un giorno incontra il giovane studente Ezri non puo' far tacere il suo cuore. Il senso di colpa, il dolore per il tradimento della moglie e soprattutto la crescente pressione della comunità a cui appartiene, costringono Aaron alla scelta piu' drammatica. Opera prima di un regista che maneggia la materia con grande padronanza, ex allievo della Cinefondation di Cannes, il neoregista Haim Tabakman rende merito alla sceneggiatura originale di Merav Doster che ha ripreso dopo sette anni contro il parere di tutti.

''Il problema con lo scandalo dell'omosessualità tra i religiosi ebrei - dice il regista - è che l'omosessualità per il Talmud non è necessariamente un peccato, semplicemente non esiste, è una malattia che si può contrastare e vincere. Quando si è religiosi nel profondo dell'animo come i miei due personaggi si hanno solo due possibilità, combattere quella che i saggi chiamano una pulsione nefasta o vivere il proprio amore finendo nell'isolamento e nel disprezzo di amici e parenti''. Per capire quanto il film possa sconvolgere il suo pubblico naturale, in Israele, basterà dire che la contrarietà della comunità ortodossa ha costretto i produttori a non girare il film a Gerusalemme per l'eccesso di pressioni negative e che il protagonista Ran Danker (una star musicale) ha rischiato tutta la sua popolaritaà rompendo un autentico tabù apparentemente insuperabile. ''Sono molto grato a Ran - dice il regista - così come a uno degli attori che amo di più nel mio paese, Zohar Strauss, perchè si sono fatti carico dei loro personaggi fino a viverne tutto il dramma interiore. Spero che Cannes li ricompensi del rischio corso poichè ad oggi non sappiamo ancora se e come sarà possibile mostrare questo film in patria''.



MaVi

http://www.irispress.it/Iris/page.asp?VisImg=S&Art=38272&Cat=1&I=immagini/Spettacolo/62%20Festival%20d%20Cannes.jpg&IdTipo=0&TitoloBlocco=MusiCinemArte&Codi_Cate_Arti=7

martedì 12 maggio 2009

Israele, secondo giorno del Papa





Benedetto XVI nella Sala della Rimembranza del Museo dell'Olocausto Yad Vashem (foto: Ansa)

Israele, secondo giorno del Papa
Benedetto XVI al Muro del Pianto

Martedì 12 maggio 2009 09.59
Per Benedetto XVI inizia una giornata chiave della visita in Israele. Alla spianata delle moschee chiede gesti di conciliazione e spinge verso la comprensione del mondo musulmano. Ieri al Memoriale dell'Olocausto: "Mai più negare la Shoah"

Seconda giornata, oggi, per il papa in Israele, tutta centrata sul rapporto con il mondo islamico e ebraico: visita alla spianata delle moschee e alla cupola della roccia, il più antico monumento islamico in Terrasanta, e al muro del pianto. Nel Muro caro agli ebrei deporrà una preghiera tra le pietre del muro, come fece il suo predecessore Wojtyla nel 2000. Alla cupola della roccia Benedetto XVI incontrerà il gran muftì, mentre al muro del Pianto pregherà in silenzio. Subito dopo papa Ratzinger renderà un visita ai due gran rabbini di Israele. Infine, sempre in mattinata, si recherà al Cenacolo, luogo in cui secondo la tradizione Gesù celebrò l'ultima cena, dove reciterà il Regina Coeli. Quindi visita alla concattedrale latina di Gerusalemme e il pranzo con gli ordinari di Terrasanta. Nel pomeriggio il principale impegno è la messa pubblica nella valle di Giosafat.

http://unionesarda.ilsole24ore.com/Articoli/Articolo/123045

mercoledì 6 maggio 2009

L'ONU ACCUSA ISRAELE

ilGiornale.it
n. 108 del 2009-05-06 pagina 0

L'Onu accusa Israele:
"A Gaza sparò sui civili"
di Redazione

Sei gravi attacchi contro edifici delle Nazioni Unite nella Striscia di Gaza. E' questa l'accusa rivolta dall'Onu nei confronti di Tel Aviv. Lo afferma un rapporto sull’offensiva israeliana

New York - L'Onu punta il dita contro Tel Aviv. Israele è responsabile di sei gravi attacchi contro edifici delle Nazioni Unite nella Striscia di Gaza. Lo afferma un rapporto dell’Onu sull’offensiva israeliana nel territorio palestinese. La commissione di inchiesta del Palazzo di vetro ha indagato su nove episodi in cui infrastrutture Onu sono state prese di mira dalle partii n conflitto. "In sei di questi" si legge nel rapporto, "l’azione militare israeliana sia dal cielo che da terra ha causato morti, feriti e distruzione". Un settimo incidente, meno grave, è stato imputato all’esercito israeliano e l’ottavo ad Hamas. Il nono resta senza responsabili accertati.

Ban: "Riparazione dei danni" Il rapporto accusa Israele di non aver protetto gli edifici dell’Onu e i civili che stavano all’interno. "Intendo chiedere la riparazione dei danni", ha affermato il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, che ha anche contestato il criticismo di Israele che aveva giudicato il rapporto prevenuto e ingannevole. Ban ha messo l’accento sulla "natura indipendente" dell’inchiesta aggiungendo di non avere "autorità di alterare il contenuto del rapporto".

Attacco in cui morirono 1400 palestinesi Il documento è stato compilato da una commissione di inchiesta indipendente. Il quartier generale dell’Onu per i rifugiati palestinesi (Unrwa) è stato uno degli edifici seriamente danneggiati durante l’offensiva israeliana in cui morirono oltre 1.400 palestinesi. "Il comitato ha concluso che in nessuno degli incidenti l’attività militare fu portata avanti osservando le premesse delle Nazioni Unite", si legge nel rapporto.

Negligenza e sconsideratezza "Le azioni dell’esercito israeliano comportarono diversi livelli di negligenza e sconsideratezza nei confronti delle premesse dell’Onu e della salvezza dello staff delle Nazioni Unite e dei civili, con la conseguenza di morti, feriti e danni fisici estesi e perdita della proprietà". Nel rapporto si chiede espressamente ai leader dell’Onu di esortare Israele a ritrattare formalmente le accuse secondo cui i palestinesi spararono anche da due edifici dell’Onu.



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© SOCIETÀ EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=349114

mercoledì 29 aprile 2009

MO: anniversario Israele; Obama, lavorero' per pace e sicurezza


29 aprile 2009 - 07.36

MO: anniversario Israele; Obama, lavorero' per pace e sicurezza

WASHINGTON - Il presidente americano Barack Obama ha proclamato il suo impegno per la pace in Medio Oriente e per la sicurezza di Israele in un messaggio indirizzato agli israeliani in occasione della loro festa dell'Indipendenza.

Obama si è felicitato con il popolo e il governo israeliano, ha reso noto la Casa Bianca in un comunicato pubblicato nel momento in cui gli israeliani, martedì sera, cominciavano a celebrare la festa dell'Indipendenza nel 61/o anniversario della creazione dello Stato d'Israele.

La Casa Bianca ha ricordato che gli Stati Uniti sono stati i primi a riconoscere l'indipendenza dello Stato d'Israele qualche minuto dopo la sua proclamazione, "e i legami di profonda amicizia tra gli Stati Uniti e Israele restano sempre così forti e saldi", ha sottolineato.

"Il presidente intende cooperare con Israele nei mesi e negli anni a venire per servire i nostri interessi comuni, tra i quali una pace globale in Medio Oriente, la sicurezza d'Israele e il rafforzamento delle relazioni bilaterali", ha riferito la Casa Bianca .





http://www.swissinfo.ch/ita/rubriche/notizie_d_agenzia/MO_anniversario_Israele_Obama_lavorero_per_pace_e_sicurezza.html?siteSect=146&sid=10632478&cKey=1240983371000&ty=ti&positionT=3

giovedì 5 marzo 2009

Gaza: tre uccisi in raid aerei, razzi su Israele

» 2009-03-05 09:36
Gaza: tre uccisi in raid aerei, razzi su Israele
TEL AVIV - Tre palestinesi della Jihad Islamica sono stati uccisi in due raid aerei israeliani ieri sera e stamani nella Striscia di Gaza, da dove tre razzi sono stati lanciati questa mattina contro il territorio israeliano. Due dei palestinesi sono stati uccisi questa mattina dall'aviazione militare poco dopo aver sparato un razzo anticarro in direzione di una pattuglia militare israeliana che perlustrava il reticolato di confine all'altezza del valico di Kissufim. La notizia è stata confermata sia dalla Jihad sia da un portavoce militare israeliano. Poco dopo il raid, tre razzi Qassam sono caduti in Israele nel Neghev occidentale, senza causare vittime e neppure danni. Le Brigate Al-Quds, braccio armato della Jihad Islamica, hanno detto di aver lanciato i razzi in reazione all'uccisione la scorsa notte di un loro comandante in un raid aereo. Un portavoce militare, nel confermare questo raid, ha detto che è stato ucciso l'ufficiale della Jihad Khaled Shalan, responsabile, secondo Israele, dei tiri di razzi sulla città di Ashkelon. Shalan è stato ucciso da un razzo che ha colpito l'automobile sulla quale viaggiava. Nell'esplosione è stato ferito in modo grave un altro miliziano e anche cinque passanti palestinesi ma in modo apparentemente meno grave. Gli avvenimenti delle ultime ore sembrano indicare un nuovo deterioramento della tensione militare tra Israele e le milizie islamiche operanti nella Striscia di Gaza, appena poche settimane dopo la conclusione dell'offensiva militare israeliana a Gaza, lanciata al fine dichiarato di porre fine ai lanci di razzi su Israele e ridare la quiete alla popolazione nelle aree sotto tiro.

http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/daassociare/visualizza_new.html_904507953.html

IRAN E ONU CONTRO ISRAELE E FRATTINI SE NE VA

Iran e Onu contro Israele
Frattini saluta e se ne va

| 05/03/2009 |
Quando Israele viene accusato di «tortura, blocco economico, gravi restrizioni di movimento e chiusura arbitraria dei territori» e definito «una minaccia per la pace internazionale e la sicurezza», il minimo che si può fare è prendere la porta e andarsene. Per questo il ministro Frattini ha deciso di dare buca all'Iran. Il viaggio previsto entro marzo slitta, perché qui si sta prendendo di mira Israele. E già che ci siamo, l'Italia dà buca pure alla conferenza dell'Onu, medesimo il motivo: il testo su cui si andrà a discutere presenta almeno due punti "inaccettabili", e frasi antisemite.
La visita. La decisione di rinviare a non si sa quando la prevista missione a marzo in Iran del ministro Frattini è stata assunta, spiega la Farnesina, «anche alla luce delle dichiarazioni inaccettabili rivolte dalle massime Autorità iraniane contro lo Stato di Israele e l'amministrazione americana, nonchè della notizia secondo cui l'Iran ha in programma di organizzare la settimana prossima una Conferenza su Gaza i cui obiettivi sono antitetici a quelli della Conferenza appena svoltasi a Sharm El Sheikh e di cui l' Italia è stata co-sponsor. Il ministro Frattini - aggiunge la Farnesina - ha per ora deciso di riprogrammare il previsto incontro con la sua controparte iraniana, il ministro degli Esteri Mottaki, ad un contesto più proficuo per l'esame dell'importante questione Afghanistan-Pakistan».
La Conferenza. L'Italia, seguendo l’esempio degli Stati Uniti e dell’Olanda, boicotterà la conferenza «Durban II» sul razzismo prevista a Ginevra dal 20 al 25 aprile, per le «frasi aggressive e antisemite» contenute nella bozza di dichiarazione finale. Presto, dice Frattini, seguiranno anche Danimarca, Francia, Canada e Belgio.
Le frasi contestate. la politica nei territori palestinesi, si legge nel testo anticipato sul sito di Haaretz, costituisce «una violazione dei diritti umani internazionali, un crimine contro l'umanità e una forma contemporanea di apartheid». La Conferenza segue quella del 2001, tenuta nella città sudafricana. Ora sembra però che la guida dei lavori sia stata assunta proprio da Iran e Siria, per poter attaccare Israele. In altri stralci del testo si esprime «profonda preoccupazione per le discriminazioni razziali compiute da Israele contro i palestinesi e i cittadini siriani nel Golan occupato». Israele viene accusato di «tortura, blocco economico, gravi restrizioni di movimento e chiusura arbitraria dei territori» e definito «una minaccia per la pace internazionale e la sicurezza».
http://www.libero-news.it/pills/view/8293

giovedì 26 febbraio 2009

Israele/ Spaccatura tra ebrei laici e ortodossi su cristianesimo

Israele/ Spaccatura tra ebrei laici e ortodossi su cristianesimo
Lo rivela un sondaggio pubblicato dallo Yedioth Ahronoth
Roma, 24 feb. (Apcom) - Dopo le recenti tensioni tra la Chiesa cattolica e il mondo ebraico, provocate dalla revoca della scomunica da parte del Papa al vescovo negazionista Richard Williamson e dal programma satirico su Gesù andato in onda nei giorni su una tv israeliana, emerge una netta spaccatura tra ebrei laici ed ebrei ortodossi in merito al loro atteggiamento nei confronti del cristianesimo.

Secondo un sondaggio pubblicato dal sito web dello Yedioth Ahronothe realizzato dall'Istituto Smith su un campione di 500 persone, la maggioranza degli israeliani di religione ebraica ritiene che nelle scuole debbano essere insegnate nozioni sul cristianesimo, ma non sul Nuovo Testamento, e che lo Stato debba inoltre garantire la libertà di culto ma non permettere agli enti ecclesiastici cristiani di acquistare terreni a Gerusalemme.

Dal sondaggio risulta poi che per il 54 per cento degli ebrei laici il cristianesimo è più vicino all'ebraismo rispetto all'Islam. Così la pensa invece solo il 17 per cento degli ebrei ortodossi, i quali ritengono in gran numero (il 48 per cento) che l'Islam sia più vicino alla loro religione.

Il 60 per cento degli ebrei ortodossi e ultra-ortodossi si dice poi disturbato dalla vista di una persona con indosso una croce, mentre per la stragrande maggioranza dei laici (il 91 per cento) questo non costituisce un problema.

Su quasi tutte le questioni i laici dimostrano dunque di avere un approccio più aperto rispetto agli ortodossi. I primi sono ad esempio in grande maggioranza (68 per cento) a favore dell'insegnamento del cristianesimo nelle scuole (il 52 per cento anche del Nuovo Testamento), mentre gli ortodossi e gli ultraortodossi sono nettamente contrari (rispettivamente il 73 per cento e il 90 per cento).

http://notizie.virgilio.it/notizie/esteri/2009/02_febbraio/24/israele_spaccatura_tra_ebrei_laici_e_ortodossi_su_cristianesimo,18118367.html

sabato 21 febbraio 2009

Razzi dal Libano su Israele

Razzi dal Libano su Israele
Hezbollah: non ne sappiamo nulla

BEIRUT (21 febbraio) - Un razzo lanciato dal Libano verso Israele ha ferito due persone, tra cui una donna nel nord di Israele. La donna si trovava nella sua abitazione nei pressi della città di Maalot (vicino alla frontiera) ed è stata raggiunta da frammenti di vetro. Lo ha reso noto la radio pubblica israeliana. Lo hanno reso noto fonti mediche israeliane. Secondo le fonti, uno dei due feriti è stato portato nell'ospedale di Nahariya per medicazioni. Altre due persone sarebbero rimaste sotto shock. Alcuni testimoni dalla zona hanno riferito che inizialmente, a distanza, qualcuno aveva scambiato l'esplosione per un effetto del maltempo che sta investendo la regione. Subito dopo, tuttavia, si è saputo dei feriti e sono state individuate le schegge del razzo.

I media israeliani confermano inoltre che un secondo katyusha non ha raggiunto Israele ed è caduto in territorio libanese e aggiungono che l'artiglieria israeliana «ha risposto al fuoco» con una salva di razzi. L'incidente, al momento, stando alle notizie di fonte israeliana, si sarebbe chiuso qui. Nelle settimane scorse, durante la guerra sul fronte sud con Hamas nella Striscia di Gaza, in due singole occasioni Israele era stato bersagliato da nord con razzi lanciati dal Libano, ma gli episodi erano rimasti circoscritti.

Hezbollah: non ne sappiamo nulla. Il movimento sciita libanese anti-israeliano Hezbollah nega stamani di essere a conoscenza del lancio di razzi dal sud del Libano verso Israele. «Non ne sappiamo nulla e non abbiamo alcun commento da rilasciare», ha affermato all'Ansa uno dei portavoce del Partito di Dio a Beirut. I vertici del movimento filo iraniano hanno più volte ribadito, anche di recente, di esser pronti a rispondere ad ogni eventuale aggressione israeliana e di avere a disposizione un arsenale assai più potente di quello impiegato durante la guerra dell'estate 2006 contro lo Stato ebraico.

Anche Fatah e Fplp negano responsabilità. Fatah, il partito del presidente palestinese Mahmud Abbas (Abu Mazen), e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), due delle fazioni palestinesi presenti in Libano hanno smentito stamani ogni responsabilità nel lancio di razzi dal sud del Paese verso Israele.

Esercito libanese attribuisce i razzi a ignoti. L'esercito libanese attribuisce stamani a «ignoti» il lancio di razzi dal sud verso Israele. In un comunicato ufficiale, il ministero della difesa di Beirut riferisce inoltre che «in seguito» al lancio di razzi verso Israele, «otto proiettili d'artiglieria», e non sette come riportato in precedenza da altre fonti di stampa, sono caduti nel sud del Libano, nell'area compresa tra le località di Mansuri e al-Qulayla, pochi km a nord del confine provvisorio tra i due Paesi nel settore occidentale della Linea Blu di demarcazione. Secondo l'esercito di Beirut sono due, e non tre come invece riferito dalla tv del movimento sciita Hezbollah, i razzi sparati dal Libano verso Israele: «uno è caduto in territorio libanese, mentre il secondo è esploso vicino al confine». Il comunicato si conclude affermando che unità dell'esercito libanese, assieme alle forze della missione Onu nel sud del Libano (Unifil), sono state dispiegate sul posto per indagare sull'accaduto e valutare i danni materiali».

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=47515&sez=HOME_NELMONDO

S.Sede ottiene da Israele censura di programma tv-Una vergogna per Israele bestemmiare Gesù così palesemente !

ISRAELE/ Comico attacca la religione cristiana offendendo Gesù e la Madonna, ma poi si scusa

mercoledì 18 febbraio 2009


Il programma è lieve come panna montata: al suo termine nella memoria resta ben poco. Il presentatore ama sghignazzare a 360 gradi, e “a chi tocca tocca”. Ma quando alcune sere fa il comico israeliano Lior Schlein ha cercato di rivisitare in modo farsesco alcuni dogmi del cristianesimo non tutti lo hanno trovato ameno. Il contrattacco subito iniziato su Facebook, dove è circolata una petizione indignata per il boicottaggio dello show della televisione commerciale Canale 10, “La notte con Lior Schlein”. Poi anche la comunità cristiana in Israele si messa in moto. I suoi dirigenti hanno chiesto spiegazioni alla emittente. E subito sono giunte le scuse della direzione. Stanotte, a quanto stato anticipato, lo stesso Schlein ammettere nella diretta televisiva di aver sbagliato. Lo spettacolo concepito come un talk-show in cui il presentatore apre con un sapido monologo - sottolineato da brevi brani musicali di un complessino - per passare poi ad interviste facete con personaggi in vista della politica o dello spettacolo. Per accrescere l'ascolto, Canale 10 ripropone il programma anche su internet: ma oggi, dopo le polemiche, gli sketch incriminati sul cristianesimo sono stati rimossi. A quanto risulta all'origine della vicenda vi sarebbe il vescovo lefevbriano che ha negato che la Shoah sia mai avvenuta. Schlein, in un gesto di ribellione, avrebbe voluto a modo suo “negare il cristianesimo”. Da qui hanno preso il via però insulti pesanti diretti alla vergine Maria e a Gesù Cristo. Due altri sketch, già filmati, sono stati archiviati, secondo la stampa locale.

«Si tratta di questioni che vanno oltre la satira o l'umorismo nero. Schlein ha ferito in maniera pesante i sentimenti di ogni cristiano in Israele e di ogni persona a cui sia caro il rispetto reciproco» ha affermato l'avvocato Salim Kubaty, un dirigente della comunità cristiana. Un episodio, ha aggiunto, tanto più deprecabile in quanto segue di pochi giorni un incontro chiarificatore nella Santa Sede fra papa Benedetto XVI e una delegazione di dirigenti della comunità ebraica negli Stati Uniti. Una fonte della comunità cristiana in Israele ha notato che gi in passato altri programmi televisivi israeliani hanno mostrato scarsa considerazione verso i suoi sentimenti. Da parte sua un responsabile di Canale 10, Avi Cohen, ha presentato oggi le sue scuse. «Nessuno voleva ferire i sentimenti della popolazione cristiana in Israele. Se ci effettivamente avvenuto - ha concluso - ce ne scusiamo».

Nel nostro Paese, come ormai in quasi tutta Europa, non sono mancati e, purtroppo, continuano a ripetersi episodi simili. Ci sono due fondamentali differenze: in primo luogo non è così facile sentire delle scuse e d’altra parte la voce dei cristiani in tal senso stenta a farsi sentire.



http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=12698

19-02-09
ISRAELE: VESCOVI CATTOLICI, OFFESE ORRIBILI DA PROGRAMMA TV

(ASCA) - Citta' del Vaticano, 19 feb - ''Offese orribili e attacchi ripugnanti'': l'assemblea dei vescovi cattolici di Terra Santa risponde al programma della tv israeliana Canale 10 che negli ultimi giorni ha preso in giro pesantemente ''le figure di Gesu' Cristo e della Vergine Maria''. Un ''attacco'', cosi' lo definiscono i vescovi, che arriva in un momento particolarmente delicato dei rapporti tra Israele e Santa Sede, dopo la crisi nata dalle dichiarazioni del vescovo lefebvriano Williamson e mentre sono in corso i contatti per chiarire gli ultimi dettagli per il viaggio nel Paese di papa Benedetto XVI a maggio.

La nota dei vescovi e' firmata da 12 leader religiosi cattolici, tra cui il Patriarca latino di Gerusalemme, mons.

Fouad Twal e l'emerito mons. Michel Sabbah, il Custode di Terra Santa, p. Pierbattista Pizzaballa e mons. Elias Chacour, arcivescovo greco-melchita di Akka.

Nel testo si parla di ''offese lanciate contro la nostra fede e di conseguenza contro i cristiani. Il programma ha diretto i suoi attacchi contro le figure piu' sante del nostro credo nel tentativo, esplicitamente dichiarato dal suo regista, di distruggere il cristianesimo. Nel fare cosi' Canale 10 e' stato usato per profanare la nostra fede ed offendere centinaia di migliaia di cittadini israeliani cristiani e milioni di cristiani nel mondo''.

Per i vescovi cattolici il programma ''e' un sintomo dei grandi problemi che disturbano la societa', come l'intolleranza, il rifiuto di accettare e rispettare gli altri'' e si inserisce ''nel piu' ampio quadro degli attacchi contro i cristiani in tutto Israele nel corso degli anni''.

Tra questi i vescovi ricordano le copie del Nuovo Testamento bruciate in pubblico nel cortile della sinagoga di Or Yehuda.

''Da anni - scrivono i vescovi - il Cristianesimo sta facendo molto per fermare le manifestazioni di antisemitismo e adesso i cristiani in Israele devono ritrovarsi, essi stessi, vittime di manifestazioni anti cristiane di basso profilo?''. Nel condannare il programma l'assemblea dei vescovi chiede anche alle autorita' interessate di ''adottare le azioni necessarie per porre fine a tale orribile profanazione della nostra fede. E' inconcepibile che questi incidenti debbano verificarsi in Israele, che ospita alcuni dei santuari piu' cari della cristianita', e che confida molto sui pellegrinaggi dalle nazioni cristiane. Chiediamo al popolo israeliano e alle sue autorita' di prendere le misure adeguate nei confronti di tale inaccettabile offesa e dei suoi autori. Al tempo stesso, chiediamo a Canale 10 di riconoscere la propria responsabilita', e chiedere ufficialmente e pubblicamente scusa per questo incidente e per evitare che si ripeti''. Nella nota si ringraziano anche ''per la solidarieta' mostrata i rappresentanti musulmani ed ebrei, anche loro sconvolti e sconcertati'' dal programma.

asp/cam/lv



http://www.asca.it/news-ISRAELE__VESCOVI_CATTOLICI__OFFESE_ORRIBILI_DA_PROGRAMMA_TV-810060-ORA-.html


Vaticano protesta contro tv Israele
Ottiene il blocco di programma blasfemo
Il Vaticano ha chiesto e ottenuto un intervento delle autorità israeliane per far oscurare un programma televisivo nel quale venivano ridicolizzati

"con parole e immagini blasfeme il Signore Gesù e la Beata Vergine Maria". Lo rende noto la Santa Sede.

La trasmissione è stata messa in onda su una emittente privata nei giorni scorsi, quasi in contemporanea con l'annuncio del viaggio del Papa in Terra Santa.







http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo442108.shtml


» 2009-02-20 18:21
S.Sede ottiene da Israele censura di programma tv
CITTA' DEL VATICANO - Il Vaticano ha chiesto e ottenuto un intervento delle autorità israeliane allo scopo di far oscurare un programma televisivo in onda su una emittente privata israeliana nelle quali "venivano ridicolizzati "con parole e immagini blasfeme il Signore Gesù e la Beata Vergine Maria". Lo si apprende da un comunicato della sala stampa della Santa Sede.

"L'assemblea degli ordinari cattolici di Terra Santa - si legge nella nota vaticana - ha espresso pubblicamente lo sdegno e la protesta dei cristiani per le trasmissioni mandate in onda nei giorni scorsi dalla televisione privata israeliana 'Canale 10', nelle quali venivano ridicolizzati, con parole e immagini blasfeme, il Signore Gesù e la Beata Vergine Maria". "Le autorità governative, subito interessate dal Nunzio apostolico - aggiunge la nota - hanno prontamente assicurato il proprio intervento al fine di interrompere tali trasmissioni e ottenere pubbliche scuse dalla stessa emittente". "Mentre si manifesta solidarietà ai cristiani di Terra Santa e si deplora un così volgare e offensivo atto di intolleranza verso il sentimento religioso dei credenti in Cristo - conclude il comunicato della Santa Sede - si rileva con tristezza come vengano offesi in modo così grave proprio dei figli di Israele, quali erano Gesù e Maria di Nazareth". Il programma è stato messo in onda nei giorni scorsi, quasi in contemporanea con l'annuncio ufficiale del viaggio del Papa in Terra Santa.

COMICO TV IRRIDE A CRISTIANESIMO,POI SI SCUSA
Il programma è lieve come panna montata: al suo termine nella memoria resta ben poco. Il presentatore ama sghignazzare a 360 gradi, a chi tocca tocca. Ma quando alcune sere fa il comico israeliano Lior Schlein ha cercato di rivisitare in modo farsesco alcuni dogmi del cristianesimo non tutti lo hanno trovato ameno.
Il contrattacco è subito iniziato su Facebook, dove è circolata una petizione indignata per il boicottaggio dello show della televisione commerciale Canale 10, 'La notte con Lior Schlein'. Poi anche la comunità cristiana in Israele si è messa in moto. I suoi dirigenti hanno chiesto spiegazioni alla emittente. E subito sono giunte le scuse della direzione.

Lo spettacolo è concepito come un talk-show in cui il presentatore apre con un sapido monologo - sottolineato da brevi brani musicali di un complessino - per passare poi ad interviste facete con personaggi in vista della politica o dello spettacolo. Per accrescere l'ascolto, Canale 10 ripropone il programma anche su internet: ma, dopo le polemiche, gli sketch incriminati sul cristianesimo sono stati rimossi.

A quanto risulta all'origine della vicenda vi è il vescovo lefevbriano che ha negato che la Shoah sia mai avvenuta. Schlein, in un gesto di ribellione, avrebbe voluto a modo suo 'negare il cristianesimo'. Ha così sollevato dubbi sulla verginità di Maria. Poi ha anche preso di mira Gesù, lo ha descritto impegnato a mangiare pane fino a diventare obeso, ha dubitato che abbia camminato sulle acque del Lago di Tiberiade. Due altri sketch, già filmati, sono stati archiviati, secondo la stampa locale. "Si tratta di questioni che vanno oltre la satira o l'umorismo nero. Schlein ha ferito in maniera pesante i sentimenti di ogni cristiano in Israele e di ogni persona a cui sia caro il rispetto reciproco" ha affermato l'avvocato Salim Kubaty, un dirigente della comunità cristiana. Un episodio, ha aggiunto , tanto più deprecabile in quanto segue di pochi giorni un incontro chiarificatore nella Santa Sede fra papa Benedetto XVI e una delegazione di dirigenti della comunità ebraica negli Stati Uniti. Una fonte della comunità cristiana in Israele ha notato che già in passato altri programmi televisivi israeliani hanno mostrato scarsa considerazione verso i suoi sentimenti. Da parte sua un responsabile di Canale 10, Avi Cohen, ha presentato le sue scuse. "Nessuno voleva ferire i sentimenti della popolazione cristiana in Israele. Se ciò è effettivamente avvenuto - ha concluso - ce ne scusiamo".

http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/daassociare/visualizza_new.html_900955008.html

mercoledì 11 febbraio 2009

ISRAELE: RISULTATO ELETTORALE


Avigdor Lieberman, presidente di Yisrael Beitenu
"Buttiamo due bombe atomiche"
Questo leader crudele ha ottenuto 15 seggi-vergogna !

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Israele/ Elezioni, Livni a colloquio con Lieberman
Il leader ultranazionalista ha vinto 15 seggi
Gerusalemme, 11 feb. (Ap) - Il ministro degli Esteri uscente e leader di Kadima Tzipi Livni, uscita vittoriosa dalle urne di strettissima misura alle politiche di ieri, ha incontrato Avigdor Lieberman, il cui partito ultranazionalista Yisrael Beitenu ha ottenuto 15 seggi emergendo come la terza forza politica del Paese.

Nel tentativo di ottenerne i favori e cooptarlo in una sua alleanza di governo, Livni ha detto a Lieberman che gli israeliani hanno "scelto chi vogliono che diventi primo ministro". Secondo un comunicato emesso dal suo ufficio, la leader di Kadima ha dichiarato: "Questa alleanza è un'opportunità che può far avanzare delle questioni importanti anche per voi".

Una parte dell'agenda di Lieberman vuole ridurre il potere delle autorità religiose ebraiche, elemento che potrebbe fornire un terreno d'intesa per un accordo con la Livni. Il leader di Yisrael Beitenu, parlando ai suoi sostenitori dopo il voto di ieri, era sembrato però escludere una sua alleanza con i centristi di Kadima. Il partito di Livni ha vinto 28 seggi, solo uno in più del rivale Likud di Benjamin Netanyahu, rendendo complessa la formazione di un nuovo governo.

http://notizie.virgilio.it/notizie/esteri/2009/02_febbraio/11/israele_elezioni_livni_a_colloquio_con_lieberman,17936944.html



Israele/ Elezioni, Yisrael Beiteinu si riunisce nel pomeriggio
Partito di Avigdor Lieberman valuta diverse coalizioni
Roma, 11 feb. (Apcom) - Il partito ultra-nazionalista Yisrael Beiteinu, guidato da Avigdor Lieberman, si runirà oggi pomeriggo per valutare le diverse opzioni alla luce del buon risultato conseguito nelle elezioni politiche svoltesi ieri in Israele. Lo riporta il sito web del quotidiano israeliano Haaretz.

Yisrael Beiteinu, con 15 seggi, si è affermato come terza forza della Knesset, sopravanzando i laburisti di Euhd Barak. Le elezioni sono state vinte sul filo di lana dal Kadima di Tzipi Livni, che ha conquistato 28 seggi. Al secondo posto si è piazzato il Likud di Benjamyn Netanyahu, il quale rivendica il diritto a formare un governo con i partiti del blocco nazionalista. Livni, che ha chiesto a Netanyahu di entrare in un governo nazionale, non esclude la possibilità di dare vita a una coalizione alternativa insieme al Meretz, ai laburisti e a Ysraele Beiteinu, giudicando Avigdor Lieberman un pragmatico.

Lieberman dal canto suo non ha espresso indicazioni chiare su chi debba essere il primo ministro, tuttavia, ieri sera, ha detto che il suo partito vuole "un governo di destra": "Questo è il nostro desiderio e non lo nascondiamo".

http://notizie.virgilio.it/notizie/esteri/2009/02_febbraio/11/israele%20%20elezioni%20%20yisrael%20beiteinu%20si%20riunisce%20nel%20pomeriggio,17934118.html



M.O.: MEDIA PALESTINESI PESSIMISTI CAUSA ESITO ELEZIONI IN ISRAELE
(ASCA-AFP) - Gerusalemme, 11 feb - I media palestinesi sembrano essere preoccupati per il futuro del gia' altalenante processo di pace in Medio Oriente dopo che l'esito delle elezioni di Israele ha visto il Paese esprimersi in favore del partito di centro-destra della Livni. ''Le attivita' diplomatiche in genere e il processo di pace in particolare saranno bloccati'', ha scritto il quotidiano palestinese 'Al Quds'. Visto il risultato delle parlamentari, che ha decretato la vittoria di Kadima sul Likud per un solo seggio e assegnato il terzo posto al partito ultranazionalista di Lieberman, secondo il quotidiano, ''proseguira' la paralisi politica che ha caratterizzato il governo del premier Olmert sin dai tempi della guerra in Libano del 2006 e tutte le iniziative internazionali e arabe saranno accantonate''. ''Le iniziative arabe e internazionali, sostenute dall'amministrazione Usa di Barack Obama, sono necessarie per fare pressione su Israele e assicurare che il processo di pace e la popolazione dei territori non siano tenuti in ostaggio dall'esito di queste elezioni''. E' quanto si legge tra le pagine di Al Quds.

http://notizie.virgilio.it/notizie/altro/2009/02_febbraio/11/m%20o%20%20%20media%20palestinesi%20pessimisti%20causa%20esito%20elezioni%20in%20israele,17934637.html

venerdì 6 febbraio 2009

Israele/ Cala il distacco tra Netanyahu e la Livni


Israele/ Cala il distacco tra Netanyahu e la Livni
Venerdí 06.02.2009 08:49

Cala il distacco tra le due principali formazioni politiche in vista del voto di martedì prossimo in Israele. Il Likud, il partito della destra guidato da Benjamin Netanyahu, riuscirebbe ad assicurarsi 25 seggi nella futura Knesset, mentre il partito Kadima, di centro, guidato dall'attuale ministro degli Esteri, Tzipi Livni, ne conquisterebbe 23.
Il sondaggio condotto dall'istituto Dahaf per il quotidiano Yedioth Ahronot, conferma anche il sorpasso del partito laburista di Ehud Barak da parte del leader della destra estremista israeliana, Avigdor Lieberman, e del suo partito Yisrael Beiteinu. Il sondaggio è stato condotto su un campione di 1.000 persone e prevede un margine di errore del 2,6%.


http://www.affaritaliani.it/politica/israele-elezioni-Netanyahu-Livni060209.html

ISRAELE ELEZIONI: TESTA A TESTA TRA LIKUD E KADIMA

Elezioni Israele, i sondaggi:
testa a testa tra Likud e Kadima
Gaza, ucciso miliziano palestinese; razzi dalla Striscia



TEL AVIV (6 febbraio) - Dopo l'uccisione ieri di un comandante della Jihad a Gaza, oggi un altro palestinese, che aveva cercato di infiltrarsi in Israele, è stato ucciso dai soldati israeliani. Dalla Striscia almeno due razzi sono stati lanciati contro il territorio israeliano. Uno è esploso nella zona agricola Eshkol, nel Neghev occidentale, e l'altro a breve distanza dalla città di Ashqelon. Non si segnalano vittime.

Miliziano ucciso. Il miliziano morto stamani aveva cercato di varcare il confine all'altezza del kibbutz di Ein ha-Shloshà ma, secondo la radio militare, è
stato scoperto e ucciso in un breve scontro a fuoco
durante il quale ha lanciato una bomba a mano. Fra i militari non ci sono feriti.

La nave libanese. Intanto Neeraj Singh, un portvaoce della missione Onu in Libabo (Unifil), fa sapere che sono tornati a casa i dieci passeggeri che erano a bordo della nave partita da Beirut carica di aiuti umanitari destinati a Gaza e intercettata ieri dalla marina militare israeliana. Secondo il portavoce i caschi blu di stanza alla base di Capo Naqura, il valico frontaliero costiero tra i due Paesi, hanno «facilitato» il rientro in patria dei dieci, consegnati nella notte dall'esercito israeliano ai caschi blu, che a loro volta li hanno affidati ai militari libanesi. La nave rimane agli ormeggi nel porto israeliano di Ashdod. I passeggeri, nove libanesi e un palestinese, erano stati espulsi ieri dalle autorità israeliane. La radio militare precisa che gli aiuti umanitari stivati a bordo (fra cui mille
dosi di sangue) saranno inoltrati a Gaza in mattinata.

Elezioni e sondaggi. Intanto con il voto alle porte, in calendario il 10 febbraio, la campagna elettorale mantiene al centro dell'attenzione il difficile rapporto col vicino palestinese. E i sondaggi tentano di tastare il polso degli elettori. Il falco della destra, Avigdor Lieberman, conferma l'ascesa dell'ultimo periodo. Il suo partito, Israel Beitenu, oggi viene dato dai sondaggi al terzo posto, dopo il Likud e Kadima.

Testa a testa tra Likud e Kadima. E' un testa a testa tra i nazionalisti guidati da Benjamin Netanyahu, che precedono di stretta misura, e i centristi del partito fondato da Ariel Sharon e ora nelle mani dei Tzipi Livni.

Indecisi. La percentuale degli indecisi resta molto elevata. Almeno il 15 per cento, secondo il
Haaretz. Per il quotidiano israeliano il Likud otterrebbe 27 seggi (su un totale di 120), mentre Kadima 25. Risultati analoghi appaiono su Yediot Ahronot e Maariv.

I laburisti di Ehud Barak slittano, per la prima volta nella storia di Israele, al quarto posto.

L'elettorato arabo. I partiti confessionali e quelli di destra dovrebbero assicurarsi complessivamente circa 65 seggi alla Knesset. In definitiva molto dipenderà dal comportamento dell'elettorato arabo, che potrebbe rinunciare in maniera significativa al voto, in segno di protesta per la recente operazione Piombo Fuso contro Hamas a Gaza.



http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=45413&sez=HOME_NELMONDO

SRAELE-LA CALMA-LA LIBERAZIONE DI SHALIT



Israele, la "calma"
e la liberazione di Shalit

L'accordo per «la calma» è ormai imminente. Dopo tre settimane di guerra e altre due passate sotto il lancio di qualche missile con conseguenti risposte aeree degli F15i, Israele e Hamas sono vicini a una tregua prolungata.



Deposte le armi, la partita si gioca su due piani. I miliziani chiedono l'eliminazione del blocco e l'apertura dei passaggi; Israele non vuole più sentir suonare l'allarme anti-missili nelle città attorno la Striscia di Gaza. E soprattutto, sta lavorando - in queste ore sempre più intensamente - per ottenere la liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit.

Shalit è stato rapito nell'estate del 2006 ed è oggi, vivo, nelle mani di Hamas all'interno della Striscia. Israele, per riaverlo in patria, sarebbe disposto a sbloccare l'80 per cento delle importazioni a Gaza (il restante 20 per cento dei prodotti resterebbero al confine, perché considerato materiale utile a fabbricare armi). Intanto le pressioni per liberare il soldato aumentano. E sulle poste elettroniche degli israeliani e le mailing list delle comunità ebraiche di tutto il mondo sta rimbalzando una lettera scritta dalla madre di Gilad Shalit, Aviva Shalit, nei mesi passati.

«È figlio mio!!!! La prima vita che ho creato, sangue del mio sangue, il mio amore. La sua voce l'ho sentita per vent'anni, dalla sua nascita fino all'ultima telefonata: "Mamma, sto tornando a casa, mi senti?" Ti sento, piccolo, chiaro come il tuo primo pianto». Inizia così il testo che racconta l'amore di una mamma che ha curato un figlio. Che lo ha educato. Che ha avuto paura, la sera, nell'attesa del suo ritorno in casa: «Guardavo l'ora. Pensavo, dove sei? E aspettavo che tornassi. Basta che torni salvo da me». Una madre rimasta senza fiato quando è partito militare.

«Il giorno in cui hai chiuso la porta di casa e sei partito per l'esercito, tutto emozionato dal servizio, ho cominciato a contare i giorni finché ritornassi da me. Ogni sabato che tornavi, ringraziavo Dio, ho giurato di andare in sinagoga, fare tutte le mitzvot (i precetti ebraici, ndr), ringraziavo Dio perché mi riportava mio figlio. Ma alla fine mi trovavo sempre impegnata a lavare, stirare e cucinare per te in quei giorni». Nella sua lettera, la madre di Shalit racconta i momenti terribili in cui le dissero del rapimento. «E quando ho sentito bussare alla porta, ho quasi sentito che qualcosa non andava. Ho aperto la porta sperando di non trovare quello a cui pensavo: due persone in divisa e un paramedico.

Uno di loro, il tuo comandante, mi ha stretta forte la mano. Non avevo bisogno di sentire cosa aveva da dire. Le lacrime mi bastavano per capire che qualcosa non andava, qualcosa era successo. Al telegiornale facevano vedere le tue foto. Ed io piangevo. Sono andata in sinagoga. Pregavo. Mentre dormo ancora prego perché tu torni. È il mio figlio. Mio. Rapito a Gaza. Mio figlio che forse tornerà».

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Fabio Perugia

05/02/2009

http://iltempo.ilsole24ore.com/interni_esteri/2009/02/05/985882-israele_calma.shtml

mercoledì 4 febbraio 2009

ISRAELE: LA PACE SCOMPARSA DALLA CAMPAGNA ELETTORALE

il Giornale.it
n. 30 del 2009-02-04 pagina 16

Israele, la "pace" scomparsa
dalla campagna elettorale
di Rolla Scolari

REPORTAGE/ E' la sicurezza il tema dominante dei tre candidati: Livni, Barack e Netanyahu. Vince chi mostra più muscoli. I politici evitano le piazze e i kibbutz

Gerusalemme - Le facce dei tre candidati accolgono l'automobilista a ogni uscita della tangenziale di Tel Aviv e all'entrata di Gerusalemme. Tzipi Livni, sempre poco truccata e poco appariscente, non sorride mentre il suo partito, il centro di Kadima, la propone come «un primo ministro nuovo». Benjamin Netanyahu, il favorito nei sondaggi, capo della destra del Likud, ha uno sguardo serio: «sicurezza» ed «economia» sono le parole chiave della sua campagna. Anche il laburista Ehud Barak punta sulla leadership evitando di perdersi in troppi sorrisi: «Non sono simpatico, non sono un tuo amico, ma sono un leader».

Gli slogan dei tre candidati principali al voto di febbraio parlano di piani economici, sociali, di sicurezza, di governo forte, ma non parlano di processo di pace. La campagna elettorale per il voto del 10 febbraio è, come succede da diversi anni in Israele, poco invasiva, discreta per chi non si connette a Internet o non segue i dibattiti televisivi e radiofonici. Sono pochi i politici che ancora viaggiano tra i kibbutz del Nord, le comunità agricole del Sud prese di mira dai razzi di Hamas o nelle piazze delle grandi città e questa volta ai candidati è mancato anche il tempo di organizzarsi per la gara: i carri armati dell'esercito israeliano, infatti, sono da poco usciti dalla Striscia di Gaza.

«Non ci sono politici in queste elezioni che presentano un programma basato sull'ottimismo», aveva detto al Giornale durante la guerra nella Striscia Joseph Cedar, regista israeliano di una premiata pellicola sul ritiro dal Libano, Beaufort. E il dibattito sui giornali e alla tv non gli dà torto: Netanyahu accusa Barak e Livni, ministro della Difesa e ministro degli Esteri, di aver messo fine alla guerra troppo velocemente, senza aver dato il colpo finale a Hamas. Il laburisti e Kadima assicurano che il movimento islamista è stato indebolito ma che la partita non è chiusa.

La campagna, dai cartelloni nelle strade delle grandi città alle tribune elettorali, ruota attorno a chi è il politico più forte, pronto a garantire la maggior sicurezza alla popolazione, non più attorno allo statista capace di trovare presto una soluzione al lungo conflitto. Hamas controlla Gaza, Abu Mazen, unico partner credibile per Israele con cui dialogare è debole: sono pochi a pensare che una soluzione sia possibile nell'immediato: «Nessuno più pensa alla fine del conflitto quando va ai seggi: è passato troppo tempo e ci sono i problemi di tutti i giorni», dice Merav, 29 anni, proprietaria di un negozio del centro di Gerusalemme.

Non è la prima volta, d'altronde, che la pace non è al primo posto nei dibattiti elettorali. Nel voto del 1996, dopo l'assassinio di Yitzhak Rabin, l'inizio degli attentati sugli autobus e nei ristoranti, la pace era sembrata allontanarsi e la priorità elettorale era ancora una volta la sicurezza. Nel 2006, dopo il ritiro dalla Striscia di Gaza e una diminuzione del numero di attacchi contro Israele, la tendenza era la normalizzazione: campagne elettorali discrete, forse più noiose e, per il disappunto della stampa internazionale, meno incentrate sul problema del conflitto e più sull'agenda sociale, l'economia e la sicurezza.

A un evento elettorale organizzato in un grande albergo di Gerusalemme pochi giorni fa, Einat Wilf, candidata nelle liste dei laburisti di Avoda, il partito che fu del presidente Shimon Peres e che ha per anni incentrato la sua politica sulla realizzazione del processo di pace e della creazione di due Stati, ha spiegato al pubblico come ormai «il concetto di pace sia percepito come irrealistico e le persone che vanno a votare non vedono oggi il processo con un'immediata questione politica. Queste elezioni sono tutte incentrate su chi è il più forte del quartiere, ma la pace non è sul tavolo perché non c'è nessuna decisione immediata da prendere». Ci sono l'economia da rimettere in sesto, la minaccia iraniana e soprattutto, dopo Gaza, la sfida della sicurezza: «È la questione principale per via della guerra che si è appena conclusa - dice al Giornale Gill Hoffman, noto giornalista del Jersualem Post - ogni altra questione, non soltanto la pace, è per ora tralasciata».



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lunedì 2 febbraio 2009

Diviso al suo interno, Hamas accetta la tregua con Israele

» 02/02/2009 12:43
PALESTINA-ISRAELE
Diviso al suo interno, Hamas accetta la tregua con Israele
di Paul Dakiki
La decisione dovrebbe essere ufficializzata oggi ed avere la durata di un anno. Si moltiplicano le voci di contrasti all’interno del movimento islamista, tra i leader residenti a Gaza, favorevoli ad un accordo con Israele e quelli che vivono all’estero, che inneggiano al “martirio”.


Beirut (AsiaNews) - Hamas avrebbe accettato “in via di principio” il progetto egiziano per una tregua di un anno con Israele, che comprende anche il controllo dei 14 chilometri del confine tra la Striscia di Gaza e l’Egitto da parte degli uomini dell’Olp, a condizione che siano riaperti i valichi della Striscia con Israele. E’ quanto dichiarato oggi da un portavoce dell’organizzazione islamista, alla vigilia dell’arrivo previsto al Cairo di rappresentanti del movimento, che dovrebbero ufficializzare la decisione.

La tregua, a quanto afferma la televisione al Arabiya dovrebbe cominciare giovedì prossimo, 5 febbraio.

Ma se l’orizzonte sembra meno cupo sul fronte dello scontro armato con Israele, i morti e le distruzioni provocati dai 22 giorni di conflitto sembrano aver aperto divisioni all’interno di Hamas, che si riflettono sui rapporti tra il movimento e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina. Voci provenienti da Gaza parlano di contrasti tra gli esponenti islamisti residenti a Gaza e quelli che sono all’estero, capeggiati, questi ultimi, dal capo politico di Hamas, Khaled Meshal, che vive a Damasco. Meshal è ritenuto l’ispiratore della rottura della tregua con Israele e dei lanci di razzi che ancora ieri sono stati fatti contro le città di confine dello Stato ebraico e quindi della rappresaglia che oggi ha provocato almeno un morto e quattro feriti tra i palestinesi. Lo stesso Meshal ha inoltre chiesto lo scioglimento dell’Olp, che dal 1964 raduna le diverse formazioni politiche palestinesi (ma non Hamas), in quanto “non rappresenta più un punto di riferimento per tutti i palestinesi” Tutte posizioni che sono condivise dall’Iran – con la Siria sponsor del movimento – dove ieri Meshal si è recato, incontrando la Guida suprema Ali Khamenei e il presidente Mahmoud Ahmadinejad (nella foto).

Proprio da tali “frequentazioni” vengono le accuse che venerdì il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha lanciato contro la proposta Meshal, di voler “distruggere un edificio esistente da 45 anni”, che è “riconosciuto da arabi e musulmani” e da “120 Paesi”. Abbas si è anche scagliato contro chi ha fatto scorrere “sangue palestinese”, provocando lo scontro con gli israeliani “per interessi che non sono dei palestinesi”.

Alla divisione che si sarebbe dunque creata tra chi è stato a Gaza sotto le bombe israeliane e chi dall’estero continua ad inneggiare al “martirio” dei palestinesi, si aggiunge così quella politica, che ha trovato voce nell’ex portavoce di Hamas, Ghazi Hamad, ed in un esponente della Jihad islamica (altro gruppo estremista che non fa parte dell’Olp), Khaled al-Batsh. Hamad detto di essere contrario a “ulteriori divisioni” e ha sostenuto che esse sarebbero un “colpo fatale” alla speranza di arrivare ad uno Stato palestinese. Al-Batsh, dal canto suo, ha sostenuto di non essere favorevole ad un’alternativa all’Organizzazione, ma ne chiede una riforma.

http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=14371

sabato 31 gennaio 2009

La guerra impossibile dei refusenik di Israele


La guerra impossibile dei refusenik di Israele

di Andrea Dessi, Osservatorio Iraq




Gerusalemme – L’ultima guerra israeliana nella striscia di Gaza ha ottenuto un sostegno senza precedenti da parte della popolazione dello Stato ebraico. Secondo un recente sondaggio condotto dall’università di Tel Aviv, l’appoggio della società israeliana per l’operazione “Piombo fuso” ha raggiunto il livello record del 94 per cento.

In questo contesto, la minoranza che si è opposta all’azione militare è rimasta per lo più ignorata o - peggio ancora - pubblicamente accusata di “alto tradimento” o “simpatia per il nemico”.

Tra i gruppi che si sono opposti all’operazione militare a Gaza, Courage to Refuse è forse l’unico che grazie alla sua composizione può sperare di suscitare una risposta meno ostile da parte della società israeliana. L’organizzazione, fondata ufficialmente nel 2002 con la pubblicazione di una lettera firmata da 50 soldati e ufficiali appartenenti all’esercito israeliano (Idf), è infatti il primo gruppo interamente dedicato al fenomeno dei refusenik in Israele.

L’organizzazione conta attualmente 628 membri, tutti soldati o riservisti nelle file dell’Idf, che nel firmare la “lettera dei combattenti”, pubblicata nei maggiori quotidiani d’Israele ad intervalli continui dal 2002, hanno apertamente rifiutato di servire nell’esercito per qualsiasi azione correlata all’occupazione dei Territori palestinesi. “Noi, riservisti e soldati dell’Idf [..] siamo consapevoli che i territori [occupati] non fanno parte d’Israele” afferma la lettera, che inoltre dichiara “non continueremo a combattere al di là dei confini del 1967”, ma “continueremo a servire nell’Idf in qualsiasi missione il quale scopo è la difesa d’Israele. Le missioni d’occupazione e oppressione non hanno questo scopo - e noi non ce ne renderemo complici”.

Rifiuto di combattere

Le recenti operazioni militari a Gaza hanno di nuovo posto in rilievo il ruolo degli obiettori di coscienza all’interno della società israeliana. Sarebbero infatti almeno 10 i refusenik di questa guerra, e tutti rischiano una sentenza che va da 14 a 35 giorni di galera. In due sono già stati condannati. Tra questi, Noam Livne, 34 anni, che attualmente studia per un dottorato in matematica. Lo abbiamo raggiunto per telefono nella sua casa di Tel Aviv il 19 gennaio, la sera prima della sua apparizione in corte. “Ho il presentimento che andrò in galera” dice con un tono di rassegnazione.

Per Noam non sarebbe la prima volta; è stato infatti già condannato nel 2001 a 22 giorni di prigione per aver rifiutato il richiamo alle armi durante la seconda Intifada. Avendo rifiutato il servizio ancor prima della fondazione del gruppo Courage to Refuse nel gennaio 2002, dopo la sua scarcerazione nel 2001 ricorda come sia “diventato molto attivo nell’opposizione all’occupazione” e sia entrato subito in contato con il “movimento dei refusenik” che a quel tempo era nelle prime fasi nascenti.

Avendo servito nell’esercito israeliano per più di sette anni come ufficiale nel genio militare, Noam ci racconta come sia arrivato alla decisione di diventare un refusenik. “E’ stato un processo di maturazione. Mi sono sempre opposto all’occupazione [..] il mio servizio di leva obbligatorio è stato durante gli anni degli accordi di Oslo, un periodo molto ottimista. Sembrava che quelli fossero gli ultimi giorni dell’occupazione e noi dovevamo fare il necessario per mettere fine al conflitto”.

“Allora – dice Noam - non avevo dei problemi morali con le missioni specifiche di cui mi occupavo. Dovevo scortare i pullman scolastici dei bambini delle colonie di Gaza. Sai non è colpa loro se sono nati nelle colonie…”.

Dopo la conclusione del suo periodo di leva divenne di nuovo un civile, sfruttando questo periodo per viaggiare molto, ma al suo ritorno in Israele come studente per un primo diploma fu convocato a Nablus come riservista nell’esercito. “Era il periodo iniziale della seconda Intifada – ricorda - e al tempo leggevo molto, specie la colonna settimanale di Gideon Levy nel giornale Ha’aretz. Giunsi alla conclusione che l’unica ragione per la presenza dell’Idf nei territori occupati era la protezione delle colonie e questo non aveva niente a che fare con la sicurezza o la difesa d’Israele. Io questo non lo posso ne giustificare ne accettare moralmente”.

Dopo essere uscito di prigione, e mentre altri come lui prendevano la decisione di rifiutare il servizio militare durante i primi anni della seconda Intifada, nel gennaio 2002 venne pubblicata la ‘lettera dei combattenti’ tramite la quale, con il passare degli anni, più di 600 soldati hanno potuto dare voce alla loro obbiezione all’occupazione. “La nostra enfasi speciale” nel gruppo Courage to Refuse, dice Noam, “è di provare a parlare alla corrente tradizionale nella società israeliana. Noi siamo soldati, ufficiali e riservisti, ciò che la gente qui chiama sale della terra, quindi a volte è più facile che le persone ci capiscano. Stiamo provando a rendere i refusenik più facili da digerire per la società israeliana”.

Noam sostiene che lui e gli altri refusenik sono “disposti a servire nell’Idf solo per questioni di difesa, ma non ad attraversare la linea verde [il confine dello Stato Israeliano nel 1967] o a compiere niente che abbia a che fare con l’occupazione”.
Pochi giorni dopo l’intervista abbiamo appreso che Noam è stato prima interrogato dalle autorità militari e poi imprigionato per tre giorni senza il diritto ad un avvocato. Ora, a differenza degli altri refusenik, Noam è in attesa di essere processato da una Corte militare dove rischia anche un massimo di due anni di galera. Secondo lui questo trattamento è dovuto al fatto che qualche giorno prima della sua apparizione in tribunale, il 20 gennaio, abbia pubblicato un suo articolo nel sito internet di uno dei giornali più ampiamente letti in Israele, Yedioth Ahronoth, pubblicamente denunciando l’azioni del proprio governo a Gaza.

Una guerra contro i civili

Molto simile a quella di Noam è la storia di Haim Weiss, un altro dei membri fondatori del gruppo Courage to Refuse ed ex-capitano delle forze corazzate dell’esercito israeliano. Lo abbiamo incontrato in un caffè poco distante dall’università ebraica di Gerusalemme. Anche Haim, 39 anni e padre di tre figlie, ha ricordato il “processo” che lo ha portato a diventare un refusenik.

Attualmente è professore di Letteratura ebraica antica all’università di Be’er-sheba, città nel sud d’Israele ultimamente raggiunta dai razzi sparati da Hamas dalla striscia di Gaza. Ciò nonostante non nasconde il suo più ampio rigetto per l’ultima avanzata militare israeliana nella Striscia: “Non credo che quello che è accaduto a Gaza sia vicino alla definizione di crimini di guerra - dice con chiaro sdegno - Non c’era una guerra li, non abbiamo combattuto contro soldati, ma contro donne e bambini. L’aviazione ha distrutto la striscia di Gaza, e solo dopo è entrato l’esercito di terra.
La maggior parte delle nostre perdite sono state causate dal fuoco amico, e che sia chiaro mi dispiace enormemente per ognuno di loro, ma questo è accaduto perché non c’era una vera guerra a Gaza”.

“Il concetto che si possa uccidere quante donne e bambini si voglia in modo di non rischiare la vita dei nostri soldati – continua - non ha mai fatto parte del dialogo morale all’interno del nostro esercito. Ma durante la seconda guerra in Libano [2006], e specialmente durante questa [a Gaza], non mostriamo neanche vergogna e dichiariamo apertamente e con franchezza che uccideremo quanti civili saranno necessari per mantenere in vita i nostri soldati. Quanti bambini palestinesi siamo disposti a uccidere per salvare una vita?”.

Gli aspetti che più di qualsiasi altra cosa hanno indotto Haim a dissociarsi dall’esercito sono gli eventi che lui associa ad una specie di “guerra tribale” tra loro ed il nemico. L’attacco ed il contrattacco, il ciclo incessante di violenza, le “rappresaglie” dell’esercito israeliano che secondo lui non hanno alcun senso a parte il “mostrare chi è che comanda” nei territori. Avendo firmato la lettera di Courage to Refuse nel 2002, un anno più tardi fu comunque costretto per l’ultima volta a prendere parte ad una missione dell’esercito dopo l’assassinio del ministro Rechavam Ze’evi da parte di alcuni militanti palestinesi. “Siamo entrati a Betlemme con i carri armati”, ricorda (precisando però che lui non prese parte nelle sparatorie ma che era il suo reggimento a condurre l’incursione). “Iniziammo a sparare su tutto, non credo che uccidemmo qualcuno ma abbiamo distrutto tutte le strade e vari edifici”.

“Comunque credo che la cosa più difficile sono i posti di blocco. Stare lì ogni giorno impedendo ai palestinesi di avere una vita normale e decente senza alcuna buona ragione è difficile da giustificare. I posti di blocco sono lì principalmente per difendere le colonie, non Israele”, afferma Haim, precisando che per lui “c’è un enorme differenza tra i due: proteggere Israele è una buona causa, ma proteggere le colonie che sono illegali secondo qualsiasi definizione del diritto internazionale non lo è, e io non sono disposto a prendervi parte”.

Haim Weiss ha servito come ufficiale in commando di uno dei checkpoint più grandi nei Territori occupati che si trova sulla strada per Hebron. Dice che “è impossibile essere lì e sperare di fare la cosa giusta, l’unico modo per fare la cosa giusta e non essere lì affatto. Non parlo delle cose grandi, come questa guerra [a Gaza], mi riferisco a cose come impedire alle donne incinta di raggiungere l’ospedale, e anche se i miei soldati provavano a fare del loro meglio in circostanze difficili questo non è abbastanza; non basta essere cortesi o gentili, la gentilezza non aiuta, non aiuta noi come non aiuta loro”.

Rispondendo ad una domanda sulla reazione della società israeliana alle attività di Courage to Refuse, Haim lascia trapassare un accenno di sconforto nel dichiarare che lui, assieme agli altri fondatori del gruppo, pensarono inizialmente “che la gente ci avrebbe rispettato perché facevamo parte del sistema” e che “saremmo potuti rimanere nella corrente tradizionale del Paese” anche dopo la decisione di diventare refusenik. Tuttavia, afferma oggi, “era una fantasia. Courage to Refuse è diventato famoso solo per due mesi, dopodiché ci hanno subito etichettati come membri dell’estrema sinistra e quindi esclusi dal discorso politico. Dopo quei due mesi nessuno sentiva parlare di noi; abbiamo sprecato quel poco credito politico che avevamo come ex-soldati, e ora nessuno dei media israeliani vuole parlare con noi. “Ma alla fine hanno visto le nostre lettere con il numero di firme sempre crescenti che le accompagnarono, e questo è comunque già qualcosa”.

Tornando al conflitto attuale tra Israele ed Hamas, che descrive come una “orribile organizzazione terroristica”, Haim dichiara con convinzione “che non si può pensare di combatterli uccidendo centinaia di civili innocenti; questo non risolverà il problema perché prima o poi, tra due, cinque o anche otto mesi ricominceranno a sparare e il rituale si ripeterà”. Tutto questo – afferma Haim - si può paragonare a “dei bambini che litigano nell’asilo su chi ha iniziato prima. Dobbiamo capire cosa vogliono, alcune delle loro richieste non sono irragionevoli; dobbiamo trovare modi per parlare con loro, non c’è altra soluzione”.

La pace impossibile

Nel chiedere ad entrambi gli intervistati di descrivere le loro paure e speranze per il futuro, Haim Weiss dice di “volere che entrambi le parti posino le armi per una settimana”, sperando che questo possa innescare un dialogo tra loro. “Spero che l’America si assumi le proprie responsabilità – aggiunge - deve assumere il ruolo del fratello maggiore nel limitare la pazzia di quello minore [Israele]”.

Noam Livne d’altro canto appare più pessimista nel dichiarare che “al momento non appare esserci nessuna speranza per Israele di diventare un paese normale”, aggiungendo che la sua speranza “è che nel futuro ci sia speranza”. “La gente qui [in Israele] – dice - davvero non crede nella possibilità di vivere in pace. Questo è terribile per me, perché non ho nessuna voglia di vivere qui se davvero è cosi. La mia paura è che la democrazia israeliana si stia disintegrando”.

di Andrea Dessi, Osservatorio Iraq
(26 gennaio 2009)





Link originale :

http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=7031



Link a questa pagina :

http://www.terrasantalibera.org/Gaza-Refusenik2009.htm



http://www.terrasantalibera.org:80/Gaza-Refusenik2009.htm

domenica 25 gennaio 2009

Vescovo negazionista, l'ira di Israele

25/1/2009 (20:6) - IL PERDONO AI LEFEBVRIANI
Vescovo negazionista, l'ira di Israele

Continuano le polemiche da parte del mondo ebraico sulla decisione di Benedetto XVI di perdonare i quattro vescovi ultra-conservatori lefebvriani
CITTÀ DEL VATICANO
Continuano le polemiche da parte del mondo ebraico sulla decisione di Benedetto XVI di perdonare e riammettere nella Chiesa cattolica i quattro vescovi ultra-conservatori lefebvriani, tra cui un presule britannico, Richard Williamson, che nega la Shoah. Oggi il Museo dell’Olocausto Yad Vashem di Gerusalemme (dove è esposta la targa sul «silenzio» di Pio XII) ha diffuso un comunicato di dura critica al Vaticano. Ma fonti del ministero degli Esteri israeliano hanno assicurato che la visita di Benedetto XVI, prevista per il prossimo maggio, continua ad essere «in cantiere» e non è messa in pericolo da queste nuove controversie.

Dal Vaticano oggi nessun ulteriore commento sulla vicenda: valgono - si fa notare - le parole dette ieri da padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, che aveva condannato le tesi revisionistiche del vescovo britannico ma aveva anche sottolineato come la revoca della scomunica fosse un gesto assolutamente a sè stante e distinto dagli atteggiamenti personali dei singoli. Williamson «è una questione interna» della Chiesa cattolica, ha ammesso lo Yad Vashem: ciò non toglie però che sia «scandaloso» per un vescovo cattolico negare l’Olocausto. «La negazione dell’Olocausto - si legge nel comunicato diffuso a Gerusalemme - non solo rappresenta un insulto per i superstiti, per la memoria delle vittime e per i Giusti fra le Nazioni che rischiarono le loro vite per salvare ebrei, ma è anche un attacco brutale alla Verità ».

«Anche se la revoca della scomunica è indipendente dai commenti di Williamson sull’Olocausto - dice ancora Yad Vashem - che tipo di messaggio essa lancia circa l’attitudine della Chiesa verso l’Olocausto?». Oggi il Papa non ha fatto alcun accenno esplicito alla sua decisione di revocare la scomunica agli scismatici lefebvriani. Tuttavia, celebrando in serata i Vespri di chiusura della settimana del dialogo per l’unità inter-cristiana, ha sottolineato che servono «gesti coraggiosi di riconciliazione tra noi cristiani». Al rito, celebrato nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura a Roma, hanno assistito, come è tradizione, rappresentati anglicani, luterani e del patriarcato ortodosso di Costantinopoli. Le diversità tra i cristiani - ha spiegato il Pontefice - sono «legittime» ed anzi possono trasformarsi da ostacolo a «ricchezza nella molteplicità delle espressioni di una fede».

Il Papa ha anche ricordato che 50 anni fa, il 25 gennaio del 1959, esattamente nella Basilica paolina, Giovanni XXIII manifestava per la prima volta la sua intenzione di convocare un «Concilio ecumenico per la Chiesa universale». Una «provvida decisione», ha commentato Ratzinger. «Il concilio Vaticano II - ha osservato - ci ha prospettato che ’il santo proposito di riconciliare tutti i cristiani nell’unità della Chiesa di Cristò, una e unica, supera le forze e le doti umane "comuni"». Infine un accenno alla Terra Santa, dove l’unità dei cristiani è particolarmente «importante».

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200901articoli/40380girata.asp