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venerdì 16 ottobre 2009

Israele-Palestina, Onu approva rapporto Goldstone su crimini di guerra a Gaza

16/10/2009
Israele-Palestina, Onu approva rapporto Goldstone su crimini di guerra a Gaza

Il Consiglio sui Diritti Umani delle Nazioni Unite ha approvato dossier che accusa Israele e Hamas di gravi violazioni a Gaza
E' stata approvato oggi dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite il rapporto Goldstone che accusa Israele e Hamas di crimini di guerra a Gaza.
Venticinque i voti favorevoli. In sei hanno votato contro: Italia, Stati Uniti, Olanda, Ungheria, Slovacchia e Ungheria. Undici si sono astenuti.
Le posizioni politiche delle due parti in causa, inizialmente opposte sembrerebbero oggi convergere sul più completo disaccordo nei confronti dell'inchiesta capeggiata da Richard Goldsonte ex giudice dei tribunali internazionali per i crimini in ex Jugoslavia e Rwanda. Se, da una parte, Gerusalemme si è sempre dichiarata contraria a quella che ha più volte definito "una sentenza politica", l'Autorità palestinese, che inizialmente ha collaborato con la Missione Onu, ha cambiato la sua linea dopo aver ricevuto critiche interne.
La relazione, un dossier di 575 pagine, è fortemente critica con Israele colpevole, secondo i fatti, di aver commesso plurime violazioni al diritto internazionale umanitario con un uso sproporzionato della forza militare. Hamas viene invece accusata di un lancio indiscriminato di razzi contro la popolazione israeliana.
Dopo la pronuncia del Consiglio si apriranno due strade. La prima è quella che obbligherà Israele e l'Autorità palestinese ad aprire, e dimostrare di averlo fatto, un'indagine indipendente sui 22 giorni di guerra presi in esame dal rapporto Goldstone (dal 27 dicembre 2008 al 16 gennaio 2009). La seconda ipotesi scatterebbe dopo che le parti non dovessero adempiere a tale obbligo. In quel caso il Consiglio di Sicurezza invierà tutto il fascicolo alla Corte penale internazionale dell'Aja per l'apertura di un'istruttoria ufficiale.
Nel periodo considerato la Missione presieduta da Goldstone ha accertato la morte di oltre 1400 palestinesi (Israele dice che il numero è di 1.166 persone) e di 13 israeliani fra i quali risultano tre civili e dieci soldati.



http://it.peacereporter.net/articolo/18403/Israele-Palestina,+Onu+approva+rapporto+Goldstone+su+crimini+di+guerra+a+Gaza

venerdì 22 maggio 2009

Hamas: le parole di Obama ingannano

Quelle dichiarazioni non sono altro che un insieme di auspici»
Hamas: le parole di Obama ingannano
Il gruppo islamico: le manifestazioni di speranza sono fuorvianti, Israele «entità sionista razzista e radicale»
MILANO - «Le affermazioni e le manifestazioni di speranza del presidente statunitense Barack Obama hanno l'unico obiettivo di ingannare la comunità internazionale in merito a qualsiasi questione legata ai comportamenti e all'esistenza dell'entità sionista razzista e radicale». È questa la posizione di Hamas, dopo l'incontro tra il premier israeliano Benjamin Netanyahu e Obama.

«SOLO UN INSIEME DI AUSPICI» - In un comunicato, rilanciato dal sito web del quotidiano israeliano The Jerusalem Post, il gruppo afferma inoltre che le dichiarazioni del presidente statunitense durante l'incontro di ieri con Netanyahu non sono altro che un «insieme di auspici» su cui il movimento ha poche speranze. Durante l'incontro alla Casa Bianca con Netanyahu, Obama ha esortato Israele a negoziare con i palestinesi, ma divergenze sono emerse tra le parti sulla questione dei due stati per due popoli. Il premier israeliano, infatti, ha parlato semplicemente di autogoverno dei palestinesi, senza mai riferirsi a uno stato palestinese. Il presidente degli Stati Uniti ha anche ricordato a Netanyahu che in base alla Road Map, Israele è vincolato a non creare nuovi insediamenti.

http://www.corriere.it/esteri/09_maggio_19/hamas_obama_affermazioni_per_ingannare_il_mondo_01d57552-4460-11de-a9a2-00144f02aabc.shtml

Hamas: le parole di Obama ingannano

Quelle dichiarazioni non sono altro che un insieme di auspici»
Hamas: le parole di Obama ingannano
Il gruppo islamico: le manifestazioni di speranza sono fuorvianti, Israele «entità sionista razzista e radicale»
MILANO - «Le affermazioni e le manifestazioni di speranza del presidente statunitense Barack Obama hanno l'unico obiettivo di ingannare la comunità internazionale in merito a qualsiasi questione legata ai comportamenti e all'esistenza dell'entità sionista razzista e radicale». È questa la posizione di Hamas, dopo l'incontro tra il premier israeliano Benjamin Netanyahu e Obama.

«SOLO UN INSIEME DI AUSPICI» - In un comunicato, rilanciato dal sito web del quotidiano israeliano The Jerusalem Post, il gruppo afferma inoltre che le dichiarazioni del presidente statunitense durante l'incontro di ieri con Netanyahu non sono altro che un «insieme di auspici» su cui il movimento ha poche speranze. Durante l'incontro alla Casa Bianca con Netanyahu, Obama ha esortato Israele a negoziare con i palestinesi, ma divergenze sono emerse tra le parti sulla questione dei due stati per due popoli. Il premier israeliano, infatti, ha parlato semplicemente di autogoverno dei palestinesi, senza mai riferirsi a uno stato palestinese. Il presidente degli Stati Uniti ha anche ricordato a Netanyahu che in base alla Road Map, Israele è vincolato a non creare nuovi insediamenti.

http://www.corriere.it/esteri/09_maggio_19/hamas_obama_affermazioni_per_ingannare_il_mondo_01d57552-4460-11de-a9a2-00144f02aabc.shtml

sabato 21 febbraio 2009

Gaza: Amnesty denuncia Hamas

Gaza: Amnesty denuncia Hamas
10 febbraio 2009 - (ve/ai) Dalla fine dello scorso dicembre, durante e dopo le tre settimane dell’offensiva militare israeliana nella Striscia di Gaza che ha causato la morte di oltre 1300 palestinesi, in gran parte civili, le forze e le milizie di Hamas hanno portato avanti una campagna di rapimenti, uccisioni deliberate e illegali, torture e minacce di morte contro persone accusate di aver ‘collaborato’ con Israele, cosi’ come contro critici e oppositori.
Lo denuncia Amnesty International, in un documento redatto sulla base delle proprie ricerche effettuate nella Striscia di Gaza nelle ultime settimane.
L’organizzazione per i diritti umani ha verificato che almeno due dozzine di persone sono state uccise da uomini armati di Hamas e decine di altre sono state gambizzate o ferite in modo da causare disabilità permanente, sottoposte a brutali pestaggi che hanno provocato fratture, a maltrattamenti e a torture.
Molte delle persone prese di mira da Hamas sono state rapite in casa e poi abbandonate, gravemente ferite o uccise, in zone isolate. Altre sono state ritrovate nelle camere mortuarie degli ospedali di Gaza, altre ancora sono state finite negli stessi ospedali dove erano state ricoverate.

http://www.voce-evangelica.ch/index.cfm?method=articoli.notizie_gen&id=9009

sabato 14 febbraio 2009

M.O./ Olmert: nessuna tregua con Hamas senza rilascio Shalit


M.O./ Olmert: nessuna tregua con Hamas senza rilascio Shalit
Sempre più lontana l'ipotesi di un accordo tra le parti

Gerusalemme, 14 feb. (Ap) - Israele non accetterà una tregua con Hamas nella Striscia di Gaza se non verrà rilasciato Gilad Shalit, il soldato israeliano rapito da miliziani palestinesi nel giugno 2006. La condizione è stata ricordata oggi dal premier israeliano Ehud Olmert con un comunicato.

Israele e Hamas stanno negoziando attraverso la mediazione dell'Egitto per arrivare a un cessate il fuoco duraturo che dovrebbe sostituire la fragile tregua proclamata unilateralmente da Israele e da Hamas il 18 gennaio scorso, al termine di un conflitto durato 22 giorni, nel corso del quale hanno perso la vita circa 1.300 palestinesi, tra cui numerosi civili.

Benché non ci sia stata ancora nessuna conferma ufficiale, pare che sia stato raggiunto un accordo che prevede una graduale apertura da parte israeliana dell'embargo imposto sulla Striscia di Gaza in cambio della fine degli attacchi missilistici palestinesi nel sud di Israele. Oggi dall'ufficio di Olmert hanno tuttavia ribadito che "Israele non raggiungerà nessun accordo prima del rilascio di Gilad Shalit".

Due giorni fa, a proposito dello scambio del caporale israeliano, fonti palestinesi affermavano che "l'annuncio dell'accordo è solo questione di tempo": Israele avrebbe accettato la liberazione di 230 di una lista di 450 (presentata da Hamas) di detenuti palestinesi che si sarebbero macchiati di reati di sangue. Nella lista dei mille, ci sarebbero anche "parlamentari e ministri del governo di Hamas", detenuti da Israele. Ma oggi Fawzi Barhoum, portavoce del movimento integralista palestinese, ha detto che Israele sta creando nuovi ostacoli sulla strada del raggiungimento di un accordo per un cessate il fuoco duraturo e altre fonti palestinesi hanno confermato che Israele avrebbe fatto "passi indietro chiedendo una tregua a tempo illimitato e non di un anno e mezzo come convenuto".

http://notizie.virgilio.it/notizie/esteri/2009/02_febbraio/14/m_o_olmert_nessuna_tregua_con_hamas_senza_rilascio_shalit,17982175.html

venerdì 6 febbraio 2009

HAMAS RUBA GLI AIUTI UMANITARI ISTRIBUITI DALL'ONU

il Giornale.it
n. 32 del 2009-02-06 pagina 16

La denuncia: Hamas
ruba gli aiuti umanitari
distribuiti dall'Onu
di Gian Micalessin

I fondamentalisti risollevano la cresta e tornano a imporre la loro legge. E un dirigente viene fermato al valico di Rafah con nove milioni di dollari e due milioni di euro nelle valigie
Hamas ha fame di soldi, aiuti e potere. E così mentre un suo dirigente viene pizzicato alla frontiera egiziana con nove milioni di dollari e due milioni di euro nelle valigie, i poliziotti fondamentalisti di Gaza confiscano, armi in pugno, coperte e razioni alimentari dell’Onu. Le vicende sono le due facce della stessa medaglia. L’invio di contanti, probabilmente iraniani, serve a dimostrare che Hamas è in grado, come a suo tempo Hezbollah, di sanare le ferite della guerra e gestire la ricostruzione. Il tentativo di far transitare quel denaro dalla frontiera rivela l’emergenza finanziaria in cui versa l’organizzazione dopo il bombardamento dei tunnel di Rafah.

La «rapina» di coperte e generi alimentari di proprietà dell’Unwra, l’agenzia Onu per i profughi palestinesi, serve a riaffermare il potere assoluto sulla Striscia e la volontà di controllare ogni attività politica e sociale, a partire dai soccorsi. Stavolta i primi a denunciare lo scippo umanitario sono i rappresentanti dell’Onu che durante l’operazione Piombo Fuso chiedevano la fine degli attacchi israeliani. Martedì notte, secondo Christofer Gunness, portavoce Unwra nella Striscia, decine di gendarmi fondamentalisti hanno fatto irruzione nei magazzini dell’organizzazione puntando le armi sui sorveglianti e depredando 3.500 coperte e 400 razioni alimentari destinate agli sfollati accampati sulla spiaggia di Gaza.

Ahmed Al Kurdi, ministro per gli affari sociali di Hamas, rivendica la razzia spiegando che coperte e cibo vanno distribuiti non solo agli sfollati, ma a tutti gli abitanti seguendo i programmi decisi dal suo governo. «Siamo l’unica entità capace di garantire una supervisione equa della distribuzione, siamo gli unici responsabili del milione e mezzo di palestinesi di Gaza, siamo gli unici in grado d’impedire distinzioni discriminatorie», sostiene Kurdi rivendicando il controllo assoluto della popolazione. John Holmes, capo delle operazioni umanitarie dell’Onu definisce inammissibile la confisca dei generi di prima necessità e ne chiede l’immediata restituzione. «L’Onu non può accettare che una delle parti in conflitto si renda responsabile della sottrazione degli aiuti», dichiara Holmes avvertendo che la razzia rischia di bloccare la distribuzione di ogni soccorso.
L’uomo d’oro di Hamas sorpreso dalle guardie egiziane mentre cercava d’introdurre nella Striscia il tesoretto del movimento altri non è che Ayman Taha, il responsabile della delegazione arrivata in Egitto per discutere le condizioni per il cessate il fuoco. Quei soldi, visto il no a qualsiasi intesa in grado di far riaprire i valichi, servivano a garantire la gestione della Striscia e i rifornimenti essenziali. Taha e i suoi capi dovranno, invece, rassegnarsi alla perdita. I 35 milioni confiscati al premier di Hamas Ismail Haniyeh nel dicembre 2006 vennero girati dalle autorità egiziane sui conti dell’Autorità Palestinese controllati da Fatah.

Monsignor Hilarion Capucci, il vescovo cattolico melchita sorpreso dagli israeliani nel lontano 1973 a trasportare armi per l’Olp e condannato a 12 anni torna intanto a far parlare di sé. L’87enne vescovo di Gerusalemme, in «esilio» a Roma dopo il rilascio ottenuto nel 1976 da Papa Paolo VI, è ricomparso nella cabina di un’imbarcazione sequestrata ieri dalla Marina israeliana mentre cercava di rompere il blocco di Gaza. Stavolta a bordo c’erano solo cibo e medicine e l’irriducibile vescovo potrà, probabilmente, ritornare presto all’esilio romano.


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© SOCIETÀ EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=326571

mercoledì 4 febbraio 2009

NETANYAHU PROMETTE DI ROVESCIARE HAMAS, ''PROCURATORE DELL'IRAN''

04-02-09
M.O.: NETANYAHU PROMETTE DI ROVESCIARE HAMAS, ''PROCURATORE DELL'IRAN''

(ASCA-AFP) - Gerusalemme, 4 feb - Il leader del Likud Benyamin Netanyahu, indicato come favorito per la carica di Primo ministro alle elezioni del 10 febbraio in Israele, ha promesso che rovescera' il movimento di Hamas a Gaza, definendo il movimento islamista un ''procuratore iraniano''.

''Non c'e' scelta se non quella di rimuovere la minaccia iraniana a Gaza'', ha detto Netanyahu durante la conferenza annuale sulla sicurezza a Herzliya, nord di Tel Aviv.

''Non c'e' scampo se non quello di rovesciare il regime di Hamas che e' il procuratore iraniano nella Striscia di Gaza'', ha aggiunto.

''Questa e' la reale minaccia che dobbiamo affrontare'', ha spiegato.

''Se venissi eletto, il compito piu' grande e importante del mio governo sarebbe mettere fine alla minaccia iraniana in tutti i suoi aspetti'', ha precisato.

ghi/sam/ss



http://www.asca.it/news-M_O___NETANYAHU_PROMETTE_DI_ROVESCIARE_HAMAS__''PROCURATORE_DELL'IRAN''-807267-ORA-.html

lunedì 2 febbraio 2009

Diviso al suo interno, Hamas accetta la tregua con Israele

» 02/02/2009 12:43
PALESTINA-ISRAELE
Diviso al suo interno, Hamas accetta la tregua con Israele
di Paul Dakiki
La decisione dovrebbe essere ufficializzata oggi ed avere la durata di un anno. Si moltiplicano le voci di contrasti all’interno del movimento islamista, tra i leader residenti a Gaza, favorevoli ad un accordo con Israele e quelli che vivono all’estero, che inneggiano al “martirio”.


Beirut (AsiaNews) - Hamas avrebbe accettato “in via di principio” il progetto egiziano per una tregua di un anno con Israele, che comprende anche il controllo dei 14 chilometri del confine tra la Striscia di Gaza e l’Egitto da parte degli uomini dell’Olp, a condizione che siano riaperti i valichi della Striscia con Israele. E’ quanto dichiarato oggi da un portavoce dell’organizzazione islamista, alla vigilia dell’arrivo previsto al Cairo di rappresentanti del movimento, che dovrebbero ufficializzare la decisione.

La tregua, a quanto afferma la televisione al Arabiya dovrebbe cominciare giovedì prossimo, 5 febbraio.

Ma se l’orizzonte sembra meno cupo sul fronte dello scontro armato con Israele, i morti e le distruzioni provocati dai 22 giorni di conflitto sembrano aver aperto divisioni all’interno di Hamas, che si riflettono sui rapporti tra il movimento e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina. Voci provenienti da Gaza parlano di contrasti tra gli esponenti islamisti residenti a Gaza e quelli che sono all’estero, capeggiati, questi ultimi, dal capo politico di Hamas, Khaled Meshal, che vive a Damasco. Meshal è ritenuto l’ispiratore della rottura della tregua con Israele e dei lanci di razzi che ancora ieri sono stati fatti contro le città di confine dello Stato ebraico e quindi della rappresaglia che oggi ha provocato almeno un morto e quattro feriti tra i palestinesi. Lo stesso Meshal ha inoltre chiesto lo scioglimento dell’Olp, che dal 1964 raduna le diverse formazioni politiche palestinesi (ma non Hamas), in quanto “non rappresenta più un punto di riferimento per tutti i palestinesi” Tutte posizioni che sono condivise dall’Iran – con la Siria sponsor del movimento – dove ieri Meshal si è recato, incontrando la Guida suprema Ali Khamenei e il presidente Mahmoud Ahmadinejad (nella foto).

Proprio da tali “frequentazioni” vengono le accuse che venerdì il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha lanciato contro la proposta Meshal, di voler “distruggere un edificio esistente da 45 anni”, che è “riconosciuto da arabi e musulmani” e da “120 Paesi”. Abbas si è anche scagliato contro chi ha fatto scorrere “sangue palestinese”, provocando lo scontro con gli israeliani “per interessi che non sono dei palestinesi”.

Alla divisione che si sarebbe dunque creata tra chi è stato a Gaza sotto le bombe israeliane e chi dall’estero continua ad inneggiare al “martirio” dei palestinesi, si aggiunge così quella politica, che ha trovato voce nell’ex portavoce di Hamas, Ghazi Hamad, ed in un esponente della Jihad islamica (altro gruppo estremista che non fa parte dell’Olp), Khaled al-Batsh. Hamad detto di essere contrario a “ulteriori divisioni” e ha sostenuto che esse sarebbero un “colpo fatale” alla speranza di arrivare ad uno Stato palestinese. Al-Batsh, dal canto suo, ha sostenuto di non essere favorevole ad un’alternativa all’Organizzazione, ma ne chiede una riforma.

http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=14371

Gaza/ Ong palestinesi chiedono indagini su morti in carceri Hamas

Gaza/ Ong palestinesi chiedono indagini su morti in carceri Hamas
Comunicato firmato da 4 organizzazioni nella Striscia

Roma, 2 feb. (Apcom) - A Gaza, durante e dopo l'offensiva militare israelaina del mese scorso, decine di palestinesi denetnuti nelle carceri di Hamas, sarebbero stati torturati, gambizzati e uccisi. A denunciarlo non è Israele, ma quattro organizzazioni palestinesi di diritti umani che operano a Gaza, hanno chiesto l'apertura di un indagine anche per conoscere il destino di persone scomparse.

Dopo le prime indiscrezioni apparse sulla stampa occidentale su un dissenso e critiche all'interno di Gaza contro il movimento radicale islamico Hamas, è la tv satellitare saudita al Arabiya a parlarne oggi. L'emittente araba, citando un "comunicato congiunto firmato da: Fondazione della Coscienza dei diritti umani, Centro al Mizan, Fondazione al Haq (Giustizia) e Progetto Gaza per la salute psichica" che ha condannato "il peggioramento dello stato di diritto all'interno della Striscia, durante e dopo l'aggressione sanguinaria e crudele degli israeliani".

Nel comunicato si denuncia "il ripetersi di omicidi e di aggressioni e vioklenze subite da decine di cittadini" palestinesi, tra cui alcuni che sarebbero stati "colpiti da arma da fuoco alle loro gambe e ai loro piedi". Le 4 organizzazioni denunciano inoltre "l'uccisione di 27 palestinesi, avvenuti durante l'aggressione israeliana".

Le Ong, rivelano come "in tutti i casi citati, l'entità degli aggressori è rimasta ignota, nonostante che molti voci si sono alzate assieme al movimento al Fatah che accusano Hamas di esserne responsabile".

La stessa tv riporta la "parziale ammissione" del movimento estremista islamico che dopo il golpe contro il rivale al Fatah, governa la striscia dal giugno 2007, affermando che Ihab al Gazin, portavoce del ministero degli Interni di Hamas, "ha riconosciuto l'esistenza del fenomeno durante l'aggressione israeliana, ma ha negato che il suo ministero abbia il numero preciso degli omicidi" denunciati.

http://notizie.virgilio.it/notizie/esteri/2009/02_febbraio/02/gaza_ong_palestinesi_chiedono_indagini_su_morti_in_carceri_hamas,17809707.html

M.O./ Abu Mazen: nessun dialogo con Hamas se non riconosce Olp

M.O./ Abu Mazen: nessun dialogo con Hamas se non riconosce Olp
"Hamas ha messo a rischio la vita dei palestinesi"

Il Cairo, 1 feb. (Ap) - Il presidente palestinese Abu Mazen ha detto che non si riconcilierà con Hamas, fino a quando il gruppo rivale che controlla la Striscia di Gaza non riconoscerà la sua autorità. Parlando in conferenza stampa al Cairo, Abu Mazen ha detto che non ci sarà alcun dialogo con chi rigetta l'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), dominata da al Fatah, il partito del presidente palestinese.

Il portavoce di Abu Mazen ha detto che i colloqui tra Hamas e al Fatah potranno essere ripresi solo se Hamas riconoscerà l'Olp e gli accordi sottoscritti dall'organizzazione. Questi prevedono un impegno nel processo di pace sulla base dei principio dei due Stati - palestinese e israeliano - coesistenti in pace, un principio che Hamas non ha mai riconosciuto. Abu Mazen ha anche accusato Hamas di aver messo a repentaglio la vita e il futuro dei palestinesi

http://notizie.alice.it/notizie/esteri/2009/02_febbraio/01/m_o_abu_mazen_nessun_dialogo_con_hamas_se_non_riconosce_olp,17801865.html

sabato 24 gennaio 2009

A Gaza non rivogliono Abu Mazen, continuano a preferire Hamas




A Gaza non rivogliono Abu Mazen, continuano a preferire Hamas
di

Khaled Abu Toameh
24 Gennaio 2009

Uno degli obiettivi non dichiarati dell’Operazione “Piombo fuso” di Israele, secondo alcuni ufficiali israeliani e americani, è quello di riportare nuovamente nella Striscia di Gaza il Presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas insieme al suo partito Fatah.

In altre parole, la speranza che circola all’interno di alcuni ambienti israeliani e americani è che Abbas e i suoi fedeli siano in grado di sostituire il regime di Hamas, approfittando della sua situazione di notevole debolezza dopo tre settimane di intensi combattimenti.

Ma sull’onda della decisione di Israele di interrompere unilateralmente l’offensiva militare, le opportunità di un ritorno di Abbas nella Striscia di Gaza appaiono estremamente esigue.

Sebbene le massicce incursioni aeree e gli attacchi di terra abbiano causato gravi danni alle infrastrutture civili e militari di Hamas, almeno per ora è alquanto prematuro stilare il suo certificato di morte.

Hamas può anche aver perso centinaia di miliziani negli scontri, ma questo non significa necessariamente che non abbia più uomini a disposizione. Stando a varie fonti nella Striscia di Gaza, Hamas avrebbe almeno 25.000 uomini al suo servizio in diversi campi della sicurezza. E questi andrebbero ad aggiungersi alle migliaia di miliziani appartenenti alle altre organizzazioni radicali pro-Hamas, come la Jihad Islamica e i Comitati di Resistenza Popolare.

Israeliani, americani ed egiziani sarebbero felici di vedere le forze di Abbas riconquistare il controllo non solo lungo tutte le linee di confine, ma anche sull’intera Striscia di Gaza. Ma vista la forza militare di Hamas e l’enorme sostegno di cui continua a godere tra la maggioranza dei palestinesi, in particolare tra coloro che vivono nella Striscia di Gaza, Abbas dovrà pensarci dieci volte prima di sottovalutare un’avventura del genere.

Prima della presa del potere con la forza nella Striscia di Gaza nel 2007, Abbas aveva almeno 70.000 poliziotti e milizie di Fatah che difficilmente sarebbero state in grado di resistere in uno scontro. In effetti, la stragrande maggioranza delle forze di sicurezza di Fatah nella Striscia di Gaza - addestrate e finanziate dagli americani - si era arresa ad Hamas nelle prime ore del combattimento.

Gli ufficiali di Forza-17, la Guardia presidenziale di “elite” di Abbas che esercita il controllo sul valico di confine di Rafah, erano stati tra i primi ad abbandonare il campo e a consegnare il terminal ad Hamas.

La maggior parte dei più alti comandanti di Abbas nella Striscia di Gaza sono fuggiti in Egitto (con l’aiuto di Israele) e nella West Bank, dopo aver abbandonato non solo i propri sostenitori, ma anche le proprie ville e gli affari.

Abbas e i suoi tenenti desiderano tornare al più presto nella Striscia di Gaza. Ma l’ultima cosa che possono permettersi è di essere accusati di entrare in quell’area su un carro armato israeliano. Tutti loro hanno sperato che l’operazione di Israele si concludesse con il crollo del regime di Hamas, lasciando un vuoto che solo Fatah potrebbe riempire.

Ma subito dopo l’annuncio unilaterale del cessate il fuoco da parte del Primo Ministro Ehud Olmert, alcuni dei più stretti collaboratori di Abbas hanno espresso una profonda delusione per il fatto che Israele non avesse rimosso Hamas dal potere, sottolineando anche il forte timore che gli apparati di sicurezza del movimento non fossero stati completamente distrutti. Ma i leader di Fatah sono ben consapevoli del fatto che queste non sono le uniche ragioni ad impedire un loro ritorno nella Striscia di Gaza. Uno dei motivi principali per cui Fatah non sarà in grado di riprendersi quell’area è che il partito ha perso molta della sua credibilità tra i palestinesi, soprattutto a causa della sua mancata capacità di rinnovarsi e di liberarsi di parte dei suoi dirigenti, divenuti vere e proprie icone di corruzione. Nelle elezioni parlamentari del 2006, il partito di Abbas ha perso proprio per una mancanza di fiducia da parte degli elettori palestinesi. Da allora, Fatah non ha fatto praticamente nulla per trarre le giuste conclusioni dalla sconfitta. I leader del partito continuano ancora a litigare tra loro sulla possibilità di tenere elezioni interne, che spianerebbero la strada all’emergere di volti nuovi.

Per adesso Abbas non vuole ritornare nella Striscia di Gaza non tanto per paura dell’ala militare di Hamas - le Brigate Izaddin al-Kassam - quanto piuttosto per la consapevolezza che i palestinesi non hanno intenzione di accogliere lui ed i suoi uomini con rose e fiori.

Molti palestinesi sono convinti che Abbas e alcuni leader arabi “moderati” abbiano dato una sorta di via libera ad Israele per lanciare il suo attacco nella Striscia di Gaza. In altre parole, questi palestinesi accusano Abbas, il presidente egiziano Hosni Mubarak e il re di Giordania Abdullah II di collaborare con il nemico, perpetrando un “crimine” per il quale molti arabi hanno dovuto pagare con la loro stessa vita negli ultimi decenni.

Inoltre, è piuttosto ovvio che la maggior parte dei palestinesi non considera Abbas e Fatah un’alternativa valida e migliore rispetto ad Hamas, soprattutto a causa delle varie testimonianze sull’irremovibile corruzione finanziaria che caratterizza l’Autorità palestinese con sede nella West-Bank.

Tutti coloro che a Washington e Gerusalemme sono convinti che le forze di Abbas sarebbero in grado di imporre legge e ordine, ponendo fine al traffico di armi e agli attacchi di missili, chiaramente hanno la memoria corta.

Secondo fonti attendibili nella Striscia di Gaza, anche quando gli uomini di Abbas avevano il controllo del valico di confine di Rafah, hanno fatto ben poco per impedire ad Hamas di trafficare armi e grosse somme di denaro. Stando a quanto riferito dalle stesse fonti, in molti casi gli stessi ufficiali della sicurezza di Fatah erano coinvolti in prima persona negli affari di contrabbando.

E neanche le truppe di Abbas hanno fatto molto per distruggere i tunnel sotterranei lungo il confine con l’Egitto o per smantellare le milizie armate e i gangster, subito dopo lo sganciamento di Israele dalla Striscia di Gaza. Addirittura non hanno neanche cercato di impedire alla folla di distruggere le serre che appartenevano a centri ebraici e che rappresentavano un luogo di lavoro per migliaia di famiglie palestinesi.

Abbas ha goduto del sostegno dell’intera comunità internazionale e si pensava che avrebbe trasformato la Striscia di Gaza nella Hong Kong del Medio Oriente. Invece ha scelto di fuggire via da lì non appena si è sentito minacciato dal movimento di Hamas, spianandogli la strada per massacrare letteralmente dozzine, se non centinaia, dei suoi sostenitori.

Oggi non c’è motivo per credere che Abbas e Fatah siano in grado di non deludere le aspettative nella Striscia di Gaza. Hamas è sicuramente qualcosa di negativo per i palestinesi. Ma chi dice che Fatah possa essere meglio?

© Hudson New York
Traduzione Benedetta Mangano


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LA VERITA' SU HAMAS E SULLA GUERRA CONTRO GAZA


LA VERITA' SU HAMAS E SULLA GUERRA CONTRO GAZA
Norman Finkelstein, Giovedi 15 Gennaio 2009

Rebelion.org-DemocracyNow.org




I fatti sono abbastanza chiari. Possiamo trovarli in una pagina web israeliana, quella del Ministero degli Affari Esteri d'Israele. (…) Israele ruppe la tregua con la sua incursione a Gaza il 4 novembre, nella quale ammazzò sei o sette militanti palestinesi. Arrivati a quel punto (ed ora cito la pagina web ufficiale israeliana), Hamas rispose all'attacco israeliano e lanciò di conseguenza i suoi missili.

In quanto al perchè, gli avvenimenti sono abbastanza chiari. Secondo il giornale Ha'aretz, il ministro della difesa israeliano Ehud Barak incominciò a programmare l'invasione ancor prima che iniziasse la tregua. Di fatto, secondo Ha'aretz [9.1.2009] i piani dell'invasione ebbero inizio a marzo. E secondo la mia opinione, le ragioni principali dell'invasione sono due. Primo: aumentare quello che l'Israele chiama la sua capacità di dissuasione - ossia questo significa semplicemente aumentare la capacità d'Israele di terrorizzare la regione fino alla sottomissione. A seguito della sua sconfitta in Libano nel luglio 2006, Israele considerava importante trasmettere il messaggio che ancora è una forza militare, capace a terrorizzare chi osi sfidare i suoi ordini.

La seconda ragione principale dell'attacco è che Hamas stava facendo sapere che desiderava giungere ad un accordo diplomatico del conflitto basandosi sui confini esistenti nel 1967. Cioè, Hamas stava facendo sapere che era d’accordo col consenso internazionale, che era in accordo con la maggioranza della comunità internazionale, in cerca di una soluzione diplomatica. Così Israele avrebbe dovuto affrontare quella che gli israeliani chiamano “l’offensiva di pace palestinese”. E per sconfiggere l’offensiva di pace, cercò di smantellare Hamas.

(…) Come documentò lo scrittore David Rose nel numero di aprile del 2008 sulla rivista Vanity Fair, basandosi su documenti interni statunitensi, furono gli Stati Uniti, confabulando con l'Autorità Palestinese, che cercarono di fare un colpo di Stato contro Hamas, e questa li anticipò. Però di questo già non se ne parla e questa informazione non viene neanche smentita.

(…) La questione è se (Hamas) possa governare a Gaza finchè Israele mantiene il blocco e impedisce ai palestinesi qualsiasi attività economica. Verò è che il blocco si fece più duro ancor prima che Hamas arrivasse el potere. È che il blocco non ha niente a che vedere con Hamas. Ci furono statunitensi che furono lì, per esempio James Wolfensohn, per tentare di rompere il blocco dopo che Israele ebbe spiegato di nuovo le sue truppe a Gaza.

Il problema è stato sempre lo stesso, Israele non vuole che Gaza si sviluppi, e tantomeno vuole risolvere diplomaticamente il conflitto. (…) tanto i dirigenti di Hamas che stanno a Damasco come quelli che stanno a Gaza hanno fatto ripetute dichiariazioni che sono disposti a giungere ad una soluzione del conflitto se vengono rispettati i confini che la Palestina aveva nel 1967. I fatti sono abbastanza chiari. Di fatto sono palesi.

Ogni anno, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite vota una risoluzione intitolata "Sistemazione pacifica della questione Palestinese", ed ogni anno il risultato della votazione è sempre lo stesso: il mondo intero da un lato e dall’altro Israele, Stati Uniti, alcune isole del Pacifico Meridionale ed Australia. L’anno scorso la votazione fu di 164 voti a favore della risoluzione e 7 contro. Ogni anno dal 1989 (nel 1989, il risultato della votazione fu di 150 a 3) da un lato c’è il mondo intero e dall’altro gli Stati Uniti, Israele e lo Stato-isola della Dominica.

I 22 stati membri della Lega Araba, sono tutti a favore di un accordo fra i due Stati secondo i confini esistenti nel giugno 1967; l'Autorità Palestinese è favorele ad un accordo dei due Stati secondo i confini esistenti nel giugno 1967; ora anche Hamas è favorevole all’accordo dei due Stati secondo i confini esistenti nel giugno1967. L'unico ostacolo è Israele, appoggiata dagli Stati Uniti. Questo è il problema.

I dati a disposizione dimostrano che Hamas desiderava continuare con la tregua, però solo a condizione che Israele allentasse il blocco. Molto prima che Hamas incominciasse i suoi attacchi con missili contro Israele in rappresaglia per gli attacchi di quest’ultima ai palestinesi, a Gaza si era già in una crisi umanitaria dovuto al blocco. La ex Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Mary Robinson, descrisse che quello che stava succedendo in Gaza era la distruzione di una civiltà. Questo succedeva durante il periodo di tregua.

Che dimostrano questi fatti? Che da più di vent’anni, tutta la comunità internazionale ha provato a trovare un accordo al conflitto secondo i confini esistenti nel giugno 1967 con una soluzione giusta per la questione dei rifugiati. Sono negazionisti tutti questi 164 paesi delle Nazioni Unite? Gli unici a favore della pace sono gli Stati Uniti, Israele, la repubblica di Nauru, la repubblica di Palau, gli Stati Federati di Micronesia, le Isole Marshall e l’Australia? Chi sono i negazionisti? Chi è che si oppone alla pace?

I fatti dimostrano che in ognuno dei temi cruciali che sorsero [nelle negoziazioni] a Camp David, più tardi secondo i parametri stabiliti da Clinton, e poi a Taba, in tutti ed ognuno di quei punti tutte le concessioni vennero dal lato palestinese. Israele non fece nessuna concessione. Tutte ed ognuna delle concessioni vennero dei palestinesi. Questi hanno espressamente ripetuto il loro desiderio di risolvere il conflitto in accordo col Diritto Internazionale.

Il Diritto Internazionale è molto chiaro. Nel luglio di 2004 la più alta instanza giuridica mondiale, la Corte Internazionale di Giustizia, disse che Israele non aveva alcun diritto sui territori di Cisgiordania e Gaza, nè tantomeno su Gerusalemme. Secondo la più alta istanza giuridica mondiale, Gerusalemme Est è territorio palestinese occupato. Secondo la Corte Internazionale di Giustizia tutte gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono illegali in base al Diritto Internazionale.

In relazione con tutto questo il punto importante ora è che i palestinesi erano disposti a fare concessioni. Fecero tutte le concessioni. Israele non nè fece nessuna.


[Da sinistra: Ehud Barak, Bill Clinton, Yasser Arafat a Camp David.]


Credo sia abbastanza chiaro quello che deve succedere. In primo luogo, Stati Uniti ed Israele devono unirsi al resto della Comunità Internazionale, devono rispettare il Diritto Internazionale. Non credo si debba sottovalutare quest’ultimo punto, è una questione molto importante. Se Israele non rispetta il Diritto Internazionale, la si deve rendere responsabile delle sue azioni, esattamente come qualsiasi altro stato del mondo.

Obama deve essere sincero con il popolo americano. Deve essere onesto in relazione a qual’è il principale ostacolo per risolvere il conflitto. Non è il negazionismo; è l’attitudine di Israele, spalleggiata dal governo degli Stati Uniti, a non rispettare il Diritto Internazionale, a non rispettare l'opinione della comunità internazionale.

E la principale sfida per tutti noi, statunitensi, è vedere attraverso le bugie.





Questo articolo è composto da frammenti dell'intervento di Norman Finkelstein nel dibattito celebrato l’8 gennaio scorso in diretta durante il programma di Amy Goodman “Democracy now”, nel quale partecipò anche l'ex ambasciatore statunitense di Israele, Martín Indyk.

Norman Finkelstein è figlio di sopravissuti dell'Olocausto ed autore di opere come “Immagine e realtà del conflitto palestinese” (Akal2003), e “L'industria dell'olocausto: riflessioni sullo sfruttamento della sofferenza ebraica “(Secolo XXI della Spagna 2002.) La sua pagina web è www.NormanFinkelstein.com.

Titolo originale: "Los hechos acerca de Hamas y la guerra contra Gaza"

Fonte: http://www.rebelion.org
Link
13.01.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di LILIANA BENASSI http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=5474



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http://www.terrasantalibera.org/VeritaHamas-Finkelstein.htm




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mercoledì 14 gennaio 2009

Hamas favorevole alla proposta egiziana per il cessate il fuoco

Roma | 14 gennaio 2009
Hamas favorevole alla proposta egiziana per il cessate il fuoco


Hamas
Vedi anche ~ Osama bin Laden su internet esorta alla Jihad contro l'offensiva a Gaza ~ Razzi dal Libano verso Israele. Gaza, 975 morti: si sveglia la Lega araba
Il movimento integralista di Hamas ha accettato la proposta egiziana per un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, secondo una fonte egiziana informata.

Il movimento integralista ha accettato la proposta dopo tre giorni di consultazioni al Cairo con il capo dei servizi segreti egiziani. L'Egitto - ha detto la fonte - informera' Israele della decisione di Hamas. In mattinata due componenti della delegazione di Hamas, provenienti da Damasco, erano ripartiti, mentre altri tre, giunti da Gaza, erano rimasti.

Il capo della diplomazia egiziana, Ahmad Abul Gheit, ha annunciato che l'Egitto ha trasmesso a Israele la risposta di Hamas al piano egiziano per cessare la guerra di Gaza "sperando che le cose si muovano". "Trasmetteremo agli israeliani quello che abbiamo ottenuto" come risposta "da parte dei nostri fratelli di Hamas, ha detto alla stampa. Il principale negoziatore israeliano, generale riservista Amos Gilad, e' atteso domani al Cairo per incontrare il potente capo dei servizi segreti egiziani Omar Suleiman.

"Si stanno cominciato a profilare le linee guida per un cessate-il-fuoco, anche se abbiamo davanti seri ostacoli", ha detto il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, in un'audizione al Parlamento francese. Anche il capo della diplomazia spagnola, Miguel Angel Moratinos, dal Cairo, dove ha incontrato il presidente egiziano, Hosni Mubarak, aveva detto che la parti erano vicine ad un accordo.



http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsid=100816

sabato 10 gennaio 2009

HAMAS: " NESSUNA TREGUA SE ISRAELE ON CESSERA' L'OFFENSIVA"


Hamas dichiara: "Nessuna tregua
se Israele non cesserà l'offensiva"
Il leader politico di Hamas dichiara che potrà esserci una tregua solo se Israele cesserà l'offensiva. Violata anche la tregua umanitaria. Prosegue l'attività diplomatica nel tentativo di arrivare ad un cessate il fuoco.
Il leader politico di Hamas Khaled Meshaal ha ribadito che il suo movimento non accetterà mai una tregua se Israele non porrà fine alla propria offensiva e non riaprirà i valichi con Gaza. Meshaal ha parlato in televisione da Damasco, la capitale della Siria, dove vive in esilio da anni. "Che prima Israele si ritiri, che l'aggressione abbia fine, che i valichi vengano riaperti e poi potremo affrontare il problema con calma", ha affermato.

LA TREGUA VIOLATA. Le tre ore di tregua umanitaria, che sabato erano state confermate da Israele per consentire alla popolazione palestinese di rifornirsi di viveri e altri generi di prima necessità, sono state interrotte da ripetuti tiri delle artiglierie israeliane mentre velivoli con la stella di David lanciavano su Gaza volantini in cui si diceva che le forze armate "stanno per entrare in una nuova fase nella lotta al terrorismo". Lasciando quindi presagire ai palestinesi una temuta "terza fase" dell'operazione "Piombo fuso" giunta oggi al 15esimo giorno.

LA DIPLOMAZIA. Prosegue frattanto l'attività diplomatica nel tentativo di arrivare ad un cessate il fuoco. Al Cairo continuano i colloqui tesi a trovare una via di uscita. Il presidente dell'Autorità nazionale palestinese Abu Mazen (Mahmud Abbas) ha incontrato il presidente egiziano Hosni Mubarak ed ha ribadito la sua richiesta per un cessate il fuoco immediato. Nella capitale egiziana sono giunte anche due delegazioni di Hamas mentre domenica arriverà, per la seconda volta in una settimana, il generale Amos Ghilad, un dirigente del ministero della difesa israeliano.

OFFENSIVA E CONTROFFENSIVA. Sul terreno, sabato pomeriggio si sono verificati intensi scambi a fuoco tra israeliani e palestinesi e durante la tregua tra le 13:00 e le 16:00 (ora locale) si sono uditi numerosi colpi d'artiglieria israeliana. "Hanno sparato come pazzi", hanno detto testimoni all'Ansa.

EMERGENZA UMANITARIA. Dal canto suo, il portavoce dell'Unrwa a Gaza, Adnan Abu Hasna, ha affermato che la situazione umanitaria è vicina al crollo "perché la gente che fugge dalle proprie case è in continuo aumento. Da una nostra ultima stima, sono oltre 27.500 i profughi che si sono rifugiati nelle nostre scuole e nei nostri edifici. Ma hanno bisogno di tutto: cibo, vestiti, coperte ma soprattutto acqua". "In questo momento nella Striscia di Gaza ci sono un milione di persone senza corrente elettrica e almeno 750 mila senza acqua - ha aggiunto il portavoce - A noi è rimasto materiale umanitario solo per pochi giorni".

UCCISI DUE CAPI MILITARI DI HAMAS. Durante la giornata di sabato l'esercito israeliano ha inferto due duri colpi ai militanti integralisti uccidendo due loro capi. Il primo a cadere sotto il fuoco israeliano è stato Shams Omar, uno dei capi militari delle Brigate al-Quds, rimasto ucciso quando l'abitazione in cui si trovava è stata colpita da un bombardamento compiuto sul campo profughi di Ash-Shati, sulla costa settentrionale della Striscia di Gaza. Il secondo a morire è stato Emir Mansi, un responsabile militare di Hamas che, secondo la radio militare, era il coordinatore dei lanci verso Israele di razzi di tipo Grad da 122 mm. Mansi è stato identificato dalle forze di terra e subito colpito da un razzo sparato da un velivolo mentre era impegnato a manovrare un mortaio.

LE VITTIME PALESTINESI. La radio ha detto inoltre che nell'ultima settimana - da quando è iniziata a Gaza l'operazione terrestre israeliana - sono stati uccisi circa trecento miliziani di Hamas. Anche i civili palestinesi continuano a morire. Otto membri della stessa famiglia sono deceduti sabato dopo che un proiettile esploso da un carro armato israeliano è caduto in una strada del campo profughi di Jabaliya, nel nord della Striscia. Lo hanno riferito fonti mediche palestinesi, ma le autorità militari israeliane hanno smentito qualunque coinvolgimento dell'esercito in questo episodio. Sempre secondo fonti mediche, un missile israeliano è caduto all'interno di una struttura ospedaliera nel centro di Gaza City provocando il ferimento di una persona. Sempre a Gaza City, è rimasto ucciso un miliziano di Hamas mentre un membro della Jihad islamica è morto in uno scambio di colpi nel campo profughi di Beach Camp, nella parte Nord della Striscia. Sinora, stando ai servizi di emergenza di Gaza, i palestinesi uccisi sono ormai più di 800 e quelli feriti più di 3.350.

I RAID ISRAELIANI. Nella nottata fta venerdì e sabato, i caccia israeliani avevano colpito 40 obiettivi tra cui 10 postazioni per il lancio di razzi, 14 magazzini di armi e munizioni e cinque tunnel utilizzati per il contrabbando di armi dall'Egitto. Tra la scorsa notte e la giornata di oggi sono comunque proseguiti anche i lanci di razzi palestinesi in direzione del territorio israeliano, in particolare sul Neghev e sulla città di Ashqelon, che hanno provocato 20 feriti leggeri in quest'ultima località. Sirene di allarme sono risuonate in giornata anche nella città di Ashdod (35 km a sud di Tel Aviv) dove, secondo fonti locali, due razzi esplosi da Gaza sono poi caduti in zone disabitate senza fare vittime. Sempre sabato razzi palestinesi sono caduti anche a Yavne e Sderot.

Fumi di attacchi nella Striscia di Gaza (foto: AP)

http://unionesarda.ilsole24ore.com/Articoli/Articolo/100834

giovedì 8 gennaio 2009

Hamas non ha nessuna pietà del suo popolo

8/1/2009 (7:28) - EMERGENZA UMANITARIA
Hamas non ha nessuna pietà
del suo popolo

+ Razzi dal Libano sul Nord di Israele
+ Gaza, finita la tregua per portare aiuti Israele gela Sarkozy sul piano egiziano



I leader si nascondono nei bunker, la gente muore
AVRAHAM B. YEHOSHUA
La vigilia del nuovo anno, io e la mia famiglia abbiamo ritenuto opportuno mostrare solidarietà ai civili israeliani costretti nei rifugi del Sud e, anziché festeggiare, siamo rimasti a casa a guardare la televisione. Ci siamo sintonizzati sul canale televisivo ARTE che trasmetteva un balletto con la coreografia di Béjart eseguito dal corpo di ballo dell’Opéra di Parigi. Non riuscivamo però a dimenticare la guerra e, premendo un pulsante, passavamo da L’uccello di fuoco di Stravinskij ai devastanti uccelli di fuoco in volo tra Khan Younis e Sderot, tra Gaza e Beer Sheva; dal ritmo incalzante, insistente e straordinario del Bolero di Ravel a quello tragico, ripetitivo, infinito del conflitto israelo-palestinese. Solo due anni e mezzo fa noi, residenti del Nord, eravamo rintanati nei rifugi per difenderci dai razzi di Hezbollah e ora sono i civili del Sud a trovarsi nella stessa situazione. Le armi cambiano e si fanno più sofisticate, i mezzi di comunicazione migliorano e il mondo è sempre più globalizzato ma nella nostra regione il conflitto rimane immutato.

La caparbietà, l’idiozia, l’integralismo, l’ipocrisia, l’odio, la disperazione e l’utopia sono prerogativa di entrambi i fronti. Sì, entrambi i fronti! Non c’è quindi da meravigliarsi se cercammo rifugio dalle immagini della tv israeliana nella meravigliosa danza di Maurice Béjart che concludeva il reboante Bolero in un formidabile crescendo. Anche il conflitto israelo-palestinese, che prosegue da più di 130 anni, si concluderà in un formidabile crescendo? Sarà una catastrofe o una positiva catarsi di rappacificazione e accettazione della realtà «dell’altro»? Forse però posso dire ancora qualcosa di nuovo a quei lettori italiani che non ne hanno abbastanza del conflitto mediorientale e sono disposti a leggere l’ennesimo articolo sulla situazione, magari per tentare di capire, nella farragine di analisi e resoconti, da che parte stare, a chi garantire il proprio appoggio morale, chi - in questa fase - è l’aggressore, chi merita pietà e chi solo rabbia e biasimo e se la violenta reazione dell’aggredito sia legittima.

Per giudicare equamente le parti occorre avere una visione complessiva dello stato delle cose. I palestinesi di Gaza sono da condannare per il loro supporto delle azioni criminali di Hamas mentre i loro fratelli in Cisgiordania meritano compassione e simpatia per il comportamento aggressivo e iniquo che Israele mantiene ai check-point e nelle colonie. Agli israeliani che attaccano Gaza per distruggere le basi di lancio dei razzi sparati sui civili va piena comprensione ma in Cisgiordania, nel contesto dell’occupazione, quegli stessi israeliani continuano a commettere prepotenze e angherie. L’osservatore esterno dovrebbe dunque adottare un punto di vista meno semplicistico, un criterio di giudizio che, pur mantenendosi fermo ed equilibrato, non sia piatto e unidimensionale. Israele, dopo la guerra dei Sei giorni, ha governato Gaza per 38 anni. Tale periodo di dominio si è rivelato problematico soprattutto a causa degli insediamenti che vi erano stati eretti. Malgrado infatti la presenza di un milione di palestinesi Israele confiscò quasi un quarto del territorio della Striscia per costruire colonie in cui si insediarono solamente 9 mila ebrei. La violenta opposizione degli abitanti di Gaza all’esercito ebraico e ai coloni in quel periodo era dunque giustificata e si è dimostrata efficace. Tale opposizione, che per cinque anni, durante l’Intifada, è costata la vita a una quarantina di soldati e civili israeliani, ha costretto infine Israele al ritiro, allo smantellamento degli insediamenti e alla riconsegna dell’intero territorio di Gaza ai suoi abitanti, o, nella fattispecie, al governo di Hamas democraticamente eletto.

Ma i dirigenti di questa organizzazione, inorgogliti ed esaltati dalla sensazione di vittoria, invece di tirare un sospiro di sollievo, riappropriarsi delle terre evacuate dai coloni e dare il via a un accelerato processo di ricostruzione che tutto il mondo avrebbe guardato con favore concedendo ampie e generose sovvenzioni, hanno cominciato a programmare il proseguimento della lotta. Come se il ritiro israeliano non fosse che il primo passo per un definitivo annientamento dello Stato ebraico. Non bisogna infatti dimenticare che l’ideologia integralista di Hamas, condivisa da non pochi palestinesi, non riconosce la legittimità dell’esistenza di Israele, e non importa entro quali confini. Come dopo il ritiro unilaterale israeliano dal Libano meridionale gli esponenti di Hezbollah si erano illusi di poter sgretolare Israele e avevano aperto il fuoco sulle comunità civili del Nord portando morte e distruzione nel proprio Paese, così i palestinesi di Gaza hanno cominciato non solo ad accarezzare il sogno di una liberazione della Palestina ma anche quello di una utopistica grande rivoluzione islamica, ispirata da Iran e Hezbollah. E anziché rifornirsi di materiali edili e di macchinari per l’industria, hanno fatto scorta di razzi - anche a lunga gittata - cominciando a martellare i centri abitati israeliani del Sud. A tale pioggia di razzi Israele ha risposto chiudendo i valichi con la Striscia e ponendo un embargo sui rifornimenti a quella piccola e isolata regione. E allorché al termine di una tregua di sei mesi gli uomini di Hamas hanno ripreso a sparare contro le comunità civili (arrivando a lanciare fino a 70 razzi al giorno), è scattata l’attuale offensiva militare. Gli europei che osservano questa guerra, pur giustificando la reazione di Israele al lancio dei razzi, si domandano se non sia troppo violenta, «sproporzionata». Israele è uno Stato forte e moderno che dispone di armi letali e sofisticate ma si trova di fronte una popolazione a livello di Terzo Mondo. Sì, i palestinesi di Gaza possiedono razzi, ma i danni che questi provocano sono relativamente limitati.

E a riprova di questo è il fatto che le migliaia di razzi lanciati negli ultimi tre anni, dopo il ritiro dalla Striscia, hanno causato la morte di meno di 30 persone mentre l’esercito israeliano, in una sola settimana, ha ucciso centinaia di palestinesi. A questo punto occorre però chiarire una cosa fondamentale. È vero, la potenza di fuoco israeliana è decine di volte superiore a quella palestinese ma la capacità di sopportazione e di resistenza dei palestinesi è infinitamente superiore a quella degli israeliani. Se Israele avesse reagito in modo «proporzionato», rispondendo con un razzo per ogni missile caduto sul suo territorio, nessuno a Gaza ne sarebbe rimasto impressionato. I capi di Hamas avrebbero addirittura deriso una simile reazione e continuato a lanciare razzi a loro piacimento. Dopo un settimana di bombardamenti israeliani, che hanno causato enormi disagi alla popolazione e durante i quali sono morti centinaia di palestinesi (per lo più guerriglieri di Hamas ma anche parecchi civili) e sono stati distrutti numerosi edifici, non solo Hamas non mostra segni di resa ma non è nemmeno disposto a negoziare una tregua, a differenza di quanto fecero Egitto e Siria durante le passate guerre. Il governo di Hamas è indifferente alla sua popolazione. I capi e dirigenti si sono dati alla clandestinità o, più precisamente, si sono rintanati nei bunker sotterranei lasciando il popolo in preda alle sorti di un’irrealizzabile avventura fondamentalista. Non c’è da stupirsi che, a eccezione di alcune scontate e automatiche manifestazioni di sostegno, la maggior parte dei palestinesi di Cisgiordania e di Israele, nonché il mondo arabo, osservino con indifferenza ciò che avviene nella Striscia.

Che fare allora? Cosa è possibile e giusto sperare? Cosa può fare Israele per uscire dal circolo vizioso della violenza che domina la sua esistenza fin dal primo giorno della sua fondazione? Innanzi tutto evitare per quanto possibile un’offensiva di terra. Israele non ha la forza di sradicare il governo di Hamas e deve fare tutto ciò che è in suo potere per non peggiorare la situazione dei civili. Il tentativo di distruggere fino all’ultimo razzo nascosto nei bunker della Striscia costerebbe la vita a molti palestinesi e a non pochi soldati israeliani. Solo il popolo palestinese potrà sostituire i propri governanti. Israele può aiutare la gente di Gaza a cambiare opinione, a convincersi che occorre riconoscere la realtà dei fatti, abbandonare la via della violenza e concentrarsi sullo sviluppo e sul benessere. Non dimentichiamo che quella gente è nostra vicina, ha una patria in comune con noi che chiama Palestina e che noi chiamiamo terra di Israele e dovrà convivere con noi nel bene e nel male. Dobbiamo dunque fare il possibile per non inasprire e rendere ancora più sanguinoso il conflitto. Un simile peggioramento si imprimerebbe nella memoria collettiva rinfocolando sentimenti di amarezza e di vendetta. Anche i più estremisti tra i palestinesi non sono creature metafisiche, come non lo sono gli ebrei. Sono esseri umani soggetti a cambiamenti e persino un’organizzazione quale l’Olp, che in passato non era disposta a riconoscere in nessun modo la legittimità di Israele e aveva optato per la via del terrore, da anni mantiene un dialogo con lo Stato ebraico.

Ma un auspicabile cambiamento a Gaza, dopo l’avvento di una tregua, non dipenderà solo da quest’ultima e dall’apertura dei valichi di frontiera ma soprattutto da ciò che Israele farà in Cisgiordania. È laggiù che la politica degli insediamenti, da sempre uno dei maggiori ostacoli alla pace, dovrà subire un radicale cambiamento. Ridurre il numero delle colonie e smantellare subito tutti gli avamposti illegali significherebbe eliminare barriere divisorie e posti di blocco e agevolare la vita dei cittadini. Ogni modifica della politica israeliana in Cisgiordania a favore di una più rapida creazione dello Stato palestinese darà agli abitanti di Gaza, stremati e in lutto dopo i recenti avvenimenti, la speranza e la determinazione di voltare le spalle alla politica di Hamas che li ha condotti nel baratro.

Traduzione di A. Shomroni (l’articolo è stato scritto per La Stampa e Le Nouvel Observateur)

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200901articoli/39845girata.asp

AMNESTY E CRI, ISRAELE E HAMAS VIOLANO DIRITTI INTERNAZIONALI

08-01-09
M.O.: AMNESTY E CRI, ISRAELE E HAMAS VIOLANO DIRITTI INTERNAZIONALI

(ASCA) - Roma, 8 gen - Amnesty International ha accusato sia i soldati israeliani che i militanti di Hamas di mettere in pericolo le vite dei civili palestinesi, utilizzandoli come scudi umani e combattendo in aree densamente popolate. A riferirlo e' il sito web di Peace Reporter sottolineando che alle accuse di Amnesty si uniscono quelle dei soccorritori della Croce Rossa Internazionale e della Mezzaluna Rossa palestinese, impossibilitate a raggiungere le vittime civili per fornire loro l'assistenza necessaria.

Secondo Amnesty, entrambe le parti dunque stanno violando il diritto internazionale che prevede la protezione dei civili nei conflitti armati.

Le forze israeliane hanno bombardato abitazioni di civili, basandosi sul fatto che queste erano state utilizzate come base dai combattenti palestinesi per sparare contro obiettivi israeliani ma ''l'esercito israeliano e' perfettamente al corrente del fatto che i combattenti palestinesi sono soliti abbandonare l'area subito dopo averla utilizzata per colpire, dunque ogni rappresaglia contro queste abitazioni causera' solo vittime civili, senza colpire i combattenti'', ha spiegato Malcolm Smart, direttore del programma per il Medio Oriente e il nord Africa di Amnesty International citato da Peace Reporter.

Un altro duro attacco a Israele e' pervenuto dalla Croce Rossa Internazionale, i cui soccorritori non hanno avuto accesso alla Striscia di Gaza fino a ieri, quando una squadra della Croce Rossa Internazionale e della Mezzaluna Rossa palestinese e' riuscita a entrare in un'area in cui prima non aveva avuto accesso, trovandovi morti e feriti civili, tra cui anche diversi bambini.

L'accaduto e' stato definito ''scioccante'' e ''inaccettabile'' da Pierre Wettach, capo della Croce Rossa nella regione: ''I militari israeliani - scrive Peace Reporter - dovevano essere a conoscenza della situazione ma non hanno fornito assistenza ai feriti, ne' hanno reso possibile a noi o alla Mezzaluna Rossa palestinese assistere i feriti'' e dunque non hanno assolto ''ai loro obblighi in materia di diritto umanitario internazionale che prescrive di provvedere ai feriti ed evacuare i feriti''.

red-ghi/uda



http://www.asca.it/news-M_O___AMNESTY_E_CRI__ISRAELE_E_HAMAS_VIOLANO_DIRITTI_INTERNAZIONALI-800786-ORA-.html

HAMAS MISSILI DAL LIBANO

Hamas, missili dal Libano
Nuovo appello del Papa
Almeno tre razzi sono stati esplosi stamani verso le 07.00 locali (le 06.00 in Italia) dal Libano meridionale verso Israele e sono caduti presso la località di Nahariyha ferendo leggermente due israeliani. Nuovo appello del Papa: "La violenza da ogni parte non è una soluzione"
L'artiglieria israeliana ha prontamente risposto al fuoco sparando - "con precisione", come ha riferito un portavoce militare - verso il punto di origine dei razzi (identificato presso Tayr Harfa, a circa sette chilometri da Naqura) mentre le autorità dello Stato ebraico hanno ordinato l'apertura dei rifugi e la chiusura delle scuole nei centri della Galilea occidentale in prossimità del confine con il Libano.

OSTILITA'. Il 16/mo giorno dell'operazione militare israeliana 'Piombo Fuso'' e il sesto dell'offensiva di terra contro la Striscia di Gaza si è così aperto con uno scambio di fuoco alla frontiera libano-israeliana, ma le autorità dello Stato ebraico non sembrano preoccupate più di tanto. In Israele, infatti, si ritiene che a sparare i razzi sia stato un gruppo palestinese con il consenso, però, degli Hezbollah. Stamani, sia Hezbollah sia Hamas in Libano hanno negato ogni coinvolgimento con il lancio di razzi mentre Anwar Raja, portavoce del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina-Comando Generale, ha detto alla Tv araba al Jazira che il suo gruppo, che ha il quartier generale in Siria, "non conferma nè smentisce" un suo eventuale ruolo.

ONU. Da parte sua, l'Unifil (la forza dell'Onu dispiegata nel Sud del Libano) - come ha riferito all'ANSA il portavoce Andrea Tenenti - ha intensificato i pattugliamenti nella sua area di operazioni in cooperazione con l'esercito libanese per prevenire ulteriori incidenti. In mattinata si sono udite altre esplosioni in Alta Galilea, suscitando il timore di un nuovo lancio di razzi dal Sud Libano, ma erano state causate da caccia israeliani che avevano superato il muro del suono.

OFFENSIVA. La scorsa notte, intanto, l'esercito israeliano (Tsahal) ha intensificato l'offensiva contro la Striscia di Gaza inviando decine di carri armati nel Sud del territorio palestinese e l'aviazione ha compiuto raid contro la città di Rafah, vicino al confine con l'Egitto. Decine di carri armati, appoggiati da elicotteri, sono entrati verso l'una di notte nel Sud della Striscia dal transito di Kisufim e si sono diretti verso Khan Yunes, principale città del Sud della Striscia e una delle roccaforti di Hamas. Qui un bombardamento aereo ha distrutto l'abitazione di Mohammed al-Senwar, un leader di Hamas ritenuto coinvolto del rapimento del soldato israeliano Gilat Shalit nel 2006, ma non ha fatto vittime. Nello stesso tempo caccia israeliani hanno bombardato in due riprese Rafah, colpendo una casa e un presunto tunnel per il contrabbando di armi. I miliziani di Hamas, da parte loro, hanno risposto all'intensificazione dell'offensiva di terra lanciando in mattinata una dozzina di razzi verso le città di Ashqelon e Ashdod e nelle aree limitrofe, ma non ci sono state vittime.

TREGUA. Anche oggi, come annunciato a Gerusalemme, le forze armate israeliane sospenderanno le ostilità nella striscia di Gaza, dalle 13:00 alle 16:00 locali per consentire l'afflusso di aiuti umanitari alla popolazione palestinese. In Cisgiordania, invece, sempre stamani un palestinese che aveva cercato di appiccare il fuoco a una stazione di benzina nell'insediamento urbano di Maalè Adumim, a Est di Gerusalemme, è stato ucciso da militari. Il principio di incendio è stato domato e un inserviente della stazione è stato ricoverato in ospedale per ustioni. Nel centro-sud della Striscia un ufficiale israeliano è stato ucciso e un soldato è stato ferito in modo lieve nello scoppio di un razzo anticarro durante scontri a fuoco con miliziani palestinesi. Prosegue intanto anche l'attività diplomatica nella regione e stamani è arrivata al Cairo la delegazione del governo israeliano invitata dal presidente egiziano, Hosni Mubarak, per negoziare con l'Egitto e con i palestinesi un eventuale cessate il fuoco.

IL PAPA. L'"opzione militare non è una soluzione" e "la violenza, da qualunque parte essa provenga e qualsiasi forma assuma, va condannata fermamente". Lo ha detto il Papa riguardo alla Terra santa, nel discorso al corpo diplomatico. Ha ribadito la richiesta di una "tregua nella striscia di Gaza sia rimessa in vigore" e ha chiesto "l'impegno determinante della comunità internazionale" e che "siano rilanciati i negoziati di pace, rinunciando all'odio, alle provocazioni e all'uso delle armi".


http://unionesarda.ilsole24ore.com/Articoli/Articolo/100388

Israele accerchia Hamas e distruggei tunnel al confine con l'Egitto

Ultimo atto
Israele accerchia Hamas e distrugge
i tunnel al confine con l'Egitto


di
Pietro Batacchi
8 Gennaio 2009

La strategia israeliana è di avvicinarsi ai nuclei di Hamas, conducendo azioni mirate appoggiate dall’aviazione, dall’artiglieria e dagli elicotteri, senza ingaggiare il nemico nei centri urbani.


Ieri il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato un’estensione dell’offensiva contro Hamas nella Striscia di Gaza. Si parla di una “terza fase” del conflitto destinata ad allargare l'offensiva penetrando nelle zone più popolate di Gaza. Tel Aviv non ne vuole sapere di una mezza vittoria o di una tregua finta. Vuole cambiare lo status quo e un’equazione strategica nella quale una delle due incognite, Hamas, è fuori controllo. Anche perché le operazioni sul campo stanno andando come pianificato. Il comando sud di Tsahal ha impiegato in Piombo Fuso quattro brigate: le due brigate di fanteria Golani e Givati, la brigata paracadutisti e una brigata corazzata. Nel complesso poco più di 10.000 uomini. Pochi per invadere la Striscia e controllarla, sufficienti per raggiungere gli obiettivi prefissati: tagliare i rifornimenti ad Hamas e mettere in sicurezza le aree da cui vengono lanciati i razzi contro il territorio israeliano.

Da un punto di vista militare il raggiungimento di tali obiettivi sembrerebbe molto vicino. Il lancio di razzi contro le città israeliane si è drasticamente ridotto, ed è passato dai circa 100 lanci giornalieri delle prime fasi di Piombo Fuso a una ventina. Secondo alcune fonti, l’arsenale di razzi di Hamas si sarebbe ridotto del 60% e alle Brigate Ezzedin Al Qassam resterebbero solo pochi Qassam e Grad e una salva di razzi a lungo raggio di fabbricazione iraniana Fajr per un eventuale sorpresa finale o qualora l’organizzazione dovesse ritrovarsi al collasso. Buoni risultati sarebbero stati anche ottenuti contro il sistema di tunnel lungo il corridoio Philadelphia che consente il rifornimento di armi e munizioni ad Hamas dal Sinai. Molti tunnel sono stati sventrati dall’Aviazione e negli ultimi giorni anche l’eccellente genio di Tsahal sta facendo la sua parte. Il problema è che Israele sa benissimo che, una volta cessate le ostilità, i tunnel potrebbero essere riallestiti e Hamas rimpinguare in poche settimane il suo arsenale. Per questo Tel Aviv vuole, più di ogni altra cosa, che sia l’Egitto a farsi garante di un’eventuale soluzione che impedisca il traffico di armi attraverso le aree di confine e ponga così fine alle ostilità.

Come più volte dichiarato dai suoi leader, Israele non ha nessuna intenzione di rioccupare la Striscia. Vuole solo che le regole a sud cambino e che Hamas cessi di essere un player in grado di condizionare gli eventi militarmente e politicamente. In attesa che le cose facciano il suo corso e magari Fatah smetta i finti abiti del lutto e torni a Gaza. L’andamento delle operazioni sul campo, almeno per ora, lo dimostra. Tsahal si è limitato ad occupare le zone di lancio dei Qassam e dei Grad e ad accerchiare i maggiori complessi urbani, in particolare Gaza City e Khan Younes, per togliere profondità di manovra alle sei brigate di Hamas che operano nella Striscia. A Gaza City ha assunto il controllo di alcune postazioni nel quartiere orientale di Tofah ed a Khan Younes, la città simbolo degli integralisti, ha fatto altrettanto con il quartiere di Abassa. La strategia è chiara. Aderenza, ovvero avvicinarsi il più possibile ai nuclei di resistenza, condurre azioni mirate appoggiate da Aviazione, artiglieria ed elicotteri Apache, ma non spingersi nei centri urbani per ingaggiare direttamente gli uomini di Ezzedin al Qassam.

Questi ultimi non chiederebbero altro: invischiare l’Esercito israeliano in una battaglia casa per casa. Una riproduzione su scala più estesa di quanto accadde nell’aprile 2002 a Jenin in Cisgiordania quando gli israeliani persero più di 20 soldati. Israele da questo orecchio non ci sente e i sei militari caduti finora – di cui quattro per fuoco amico – dimostrano chiaramente le sue vere intenzioni. Ma tagliare i rifornimenti alle città, colpendo solo con azioni di forze speciali e con raid aerei, in attesa che la morsa dia i suoi frutti e che i capibanda di Hamas si arrendano o accettino le condizioni volute da Israele, potrebbe essere una strategia rischiosa. Per logorare un avversario – soprattutto un avversario come Hamas ben determinato e che fa del martirio una delle sue ragion d’essere – occorre tempo. Cosa che Israele non ha. Le pressioni internazionali sono fortissime ed il 10 febbraio ci sono le elezioni. Un mese scarso che potrebbe non bastare per veder capitolare Hamas. Da qui le timide aperture israeliane verso le proposte egiziane.



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mercoledì 7 gennaio 2009

Gaza, per Hamas c'è solo la sconfitta o la distruzione di Israele

L’esito della guerra
Gaza, per Hamas c'è solo la sconfitta
o la distruzione di Israele
di
Charles Krauthammer
7 Gennaio 2009

Su Gaza va fatta chiarezza morale. L’esercito israeliano ha avvertito con largo anticipo la popolazione palestinese dell’attacco. Hamas sfrutta i civili come bersaglio e ha come unico obiettivo la prosecuzione del conflitto. Nessuna tregua o diplomazia.


Migliaia di civili a Gaza hanno ricevuto un sms in lingua araba dall’esercito israeliano che consigliava di lasciare le case dove i miliziani di Hamas potrebbero aver nascosto delle armi.

Alcuni conflitti geopolitici sono moralmente complicati. Ma non quello arabo-israeliano. Esso possiede una chiarezza morale non solo rara, ma anche straziante. Israele è così scrupoloso verso la vita dei civili palestinesi che, rinunciando all’elemento sorpresa, si è messo in contatto in anticipo con la popolazione nemica per allertarla sul pericolo in arrivo. Hamas, che ha cominciato questa guerra con incessanti attacchi di razzi e mortai contro Israele – negli ultimi tre anni da Gaza ne sono stati lanciati 6,464 – posiziona deliberatamente le sue armi nelle abitazioni private dei palestinesi o nelle loro vicinanze.

Questo modo di fare ha due scopi. Il primo è che, contando sugli scrupoli morali di Israele, Hamas immagina che la vicinanza dei civili possa contribuire a proteggere almeno una parte del suo arsenale. Il secondo è che, sapendo che gli israeliani sono in possesso di armi avanzate e precise che gli permettono comunque di attaccare, Hamas spera che i loro inevitabili effetti collaterali – o, se i terroristi sono davvero fortunati, una bomba israeliana vagante – uccida un gran numero di civili, di cui, certamente, il mondo incolperà Israele.

Per Hamas l’unica cosa più cara della morte degli ebrei è la morte dei palestinesi. La religione del “massacro degli ebrei” e dell’auto-martirio è onnipresente. Pensiamo a quanto sia profondamente perverso quel programma televisivo per bambini della tv di Hamas in cui un adorabile Mickey Mouse dalle fattezze di un attivista palestinese viene picchiato a morte da un israeliano (il Topolino in seguito è stato sostituito da un cuginetto più militante, l’ape Nahoul, che ha promesso di seguire la via del martirio di Mickey).

Allo stato attuale della guerra a Gaza, a un combattente viene commissionato di provocare quanta più sofferenza e dolore ai civili di entrambi gli schieramenti. Mentre all’altro viene ordinato di salvare quante più vite possibile – sempre di entrambe le parti. E’ un tema ricorrente. Israele diede avvertimenti simili agli abitanti dei villaggi del sud Libano prima di attaccare l’Hezbollah nella guerra del 2006. Gli israeliani lo fecero sapendo bene che avrebbero rinunciato all’elemento sorpresa e che questo avrebbe avuto un costo in termini di vite dei propri soldati.

Ecco qual è l’asimmetria di mezzi tra Hamas e Israele. Ma c’è anche un’uguale chiarezza sull’asimmetria degli scopi. Israele ha un solo obbiettivo a Gaza – la pace: quelle relazioni serene, aperte e normali che aveva offerto al governo palestinese quando si ritirò dalla Striscia nel 2005. Facendo qualcosa che non era mai stato tentato dai precedenti governi turchi, britannici, egiziani e giordani di Palestina, gli israeliani hanno dato ai palestinesi il loro primo territorio sovrano a Gaza.

Quali sono state le conseguenza? Questa non è storia antica. Forse che i palestinesi hanno iniziato a costruire lo stato che, presumibilmente, doveva essere il grande obiettivo della loro battaglia nazionale? No. Nessuna strada, nessuna industria, nessun tribunale, nessuna società civile. Le verdi case fiorenti che Israele lasciò in eredità ai palestinesi vennero distrutte e abbandonate. I governi di Gaza sponsorizzati dall’Iran hanno dedicato tutte le loro risorse per tramutare quelle case in basi del terrore – importando armi, addestrando terroristi, costruendo tunnel con i quali avrebbero rapito israeliani dall’altro fronte. E ovviamente, il lancio incessante dei razzi.

Recriminazioni? Non possono essere l’occupazione israeliana, il controllo militare del territorio o gli insediamenti dei coloni. Erano stati tutti rimossi nel Settembre del 2005. C’è solo un motivo che spinge Hamas a combattere e su questo l’organizzazione è davvero sincera. L’obiettivo è l’esistenza stessa dello stato di Israele. Hamas non nasconde neppure la sua strategia. Provocare il conflitto. Attendere gli inevitabili incidenti contro i civili. Attirare il disprezzo del mondo su Israele. Costringerlo a un insostenibile “cessate il fuoco” – esattamente come accadde in Libano. Poi, come in Libano, riarmarsi, ricostruire e organizzare la propria forza per un nuovo ciclo di violenze. Una guerra perpetua. Se la ragion d’essere di Hamas è l’estirpazione di Israele dalla faccia della terra, ci sono solo due esiti possibili: la sconfitta di Hamas o la scomparsa di Israele.

L’unica risposta dello stato ebraico è provare a rifare ciò che fallì dopo la prima ritirata da Gaza. L’imperdonabile errore strategico del suo architetto, Ariel Sharon, non fu la ritirata in quanto tale ma l’incapacità di rendere subito stabile un sistema di deterrenza che non avrebbe tollerato nessuna violenza dopo la totale marcia indietro israeliana – che era stata la giustificazione apparente dei precedenti attacchi palestinesi. Al contrario, Israele ha permesso l’incessante fuoco dei razzi di Hamas, mostrandosi implicitamente accondiscendente verso una situazione di guerra e terrore indiscriminato.

Il rifiuto di Hamas di proseguire per altri sei mesi nel “cessate il fuoco” che l’organizzazione aveva spesso violato (i razzi non si sono mai fermati, erano solo diventati meno frequenti) sta offrendo a Israele un’opportunità rara di instaurare il modello che avrebbe dovuto sostenere da più di tre anni: nessun razzo, nessun attacco mortale, nessun rapimento o atto di guerriglia. Sebbene il governo americano abbia ufficialmente richiesto un sostenibile e duraturo “cessate il fuoco”. Se la guerra in corso finisse con un’altra tregua del genere, Israele avrà perso ancora una volta. La questione è se lo stato ebraico riuscirà a tenere i nervi saldi – e a conservare la propria fiducia morale – per vincere.

Traduzione di Kawkab Tawfik


Tratto da “The Washington Post”



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martedì 6 gennaio 2009

Gaza/ Scuola Jebaliya, Israele potrebbe presentare protesta a Onu

Gaza/ Scuola Jebaliya, Israele potrebbe presentare protesta a Onu
Per presunto utilizzo da parte di Hamas
Roma, 6 gen. (Apcom) - Israele sta valutando se presentare una protesta ufficiale alle Nazioni Unite per il presunto utilizzo da parte di Hamas di strutture ed edifici dell'organizzazione internazionale nella Striscia di Gaza, dopo che almeno 30 palestinesi sono morti in una scuola dell'Onu del campo profughi di Jebaliya, nella Striscia di Gaza: è quanto scrive il quotidiano israeliano Ha'aretz.

L'esercito israeliano ha reso noto di aver ritrovato nelal scuola i corpi di diversi militanti di Hamas, due dei quali identificati come Imad e Hassan Abu Askar. Secondo la ricostruzione fornita Tsahal i reparti israeliani hanno risposto al fuoco dei militanti, che sparavano colpi di mortaio dall'interno della scuola dove si erano rifugiati centinaia di palestinesi; i proiettili sparati dalle truppe israeliane avrebbero poi innescato altre esplosioni, forse dovute alle armi immagazzinate nell'edificio.

Secondo fonti ospedaliere palestinesi il bilancio delle vittime sarebbe più grave rispetto quello fornito dalle Nazioni Unite: i morti sarebbero 43 e i feriti oltre un centinaio. L'Alto Commissariato dell'Onu per i Rifugiati ha nel frattempo chiesto una commissione di inchiesta indipendente sull'accaduto e l'incriminazione di chiunque abbia violato la legalità internazionale.

http://notizie.alice.it/notizie/esteri/2009/01_gennaio/06/gaza_scuola_jebaliya_israele_potrebbe_presentare_protesta_a_onu,17461669.html